L’AQUILA – “Il progetto C.a.s.e. è stato un errore, è costato uno sproposito, 700 milioni di euro, è stato imposto alla città nel post terremoto senza nessun confronto e partecipazione dei cittadini, ma ora è assurdo decidere dall’alto di abbatterlo, con quello che è costato, visto che può assolvere  a molte utili funzioni e questa volta a decidere devono essere comunque  i cittadini, da consultare con un censimento”

Ad affermarlo e la senatrice aquilana del movimento 5 stelle Enza Blundo, oggi in conferenza stampa, affianco all’ex esponente di Rifondazione comunista, oggi diventato grillino con la sua associazione Comitatus aquilanus.
Sia Blundo che Perrotti, attivisti dei comitati della prima ora, nell’immediato post-sisma avevano hanno lanciato strali contro le new town, le nuove città volute dall’allora premier Silvio Berlusconi e dal capo della Protezione civile Guido Bertolaso costituite da 4.300 alloggi  e  1200 moduli abitativi provvisori (map), per dare un tetto agli sfollati del terremoto.

Oggi, sette anni dopo, si oppongono con forza all’ipotesi che ha preso la forma di un ordine del giorno a firma del capogruppo del Partito democratico Stefano Palumbo,  di smantellare buona parte di quell patrimonio immobiliare, a cominciare dagli edifici fatiscenti. Il sindaco Massimo Cialente, definendo il progetto C.a.s.e. “una sciagura che la città non voleva” ha avanzato l’ipotesi che è l’Europa a chiedere che il patrimonio venga dismesso.

“A deciderlo devono essere i cittadini – risponde a muso duro Blundo – a cominciare da coloro che ora abitano in questi alloggi, di cui solo una parte sono fatiscenti, e forse irrecuperabili, 300 al C.a.s.e. e 120 nei villaggi Map, gli altri potrebbero essere venduti agli stessi assegnatari, affittati a studenti e non residenti che vivono e lavorano a L’Aquila, utilizzati come case popolari, o anche in paesi e frazioni, affidati ad associazioni e imprese per fini turistici e socio assistenziali. Non dimentichiamo poi il C.a.s.e.  rappresenta un patrimonio abitativo che svolge una funzione di risposta a nuove emergenze sismiche”.

E non solo, potrebbero anche in parte utilizzate per accogliere i rifugiati del progetto Frontex, “invece di alimentare l’enorme business dell’accoglienza, da parte di privati che a costi esorbitanti, a carico dei contribuenti europei, affittano i loro immobili e strutture ricettive”.

Va giù duro Perrotti, secondo il quale “chi spinge oggi per l’abbattimento del Progetto C.a.s.e. sono quei poteri immobiliari e delle costruzioni, che lo vollero fortemente nel 2009, e che ora si sono resi conto di che errore urbanistico ha rappresentato, perché ha raddoppiato l’offerta di alloggi, è l’inevitabile conseguenza è stato il crollo del mercato immobiliare e del valore delle case”.

“Il loro problema – incalza Perrotti – ed anche del sindaco Cialente è quello di giustificare nuove aree edificabili nel piano regolatore in via di approvazione, che non si giustificherebbero in nessun modo con l’attuale sovrabbondanza di offerta immobiliare”.

Ma avanza il sospetto Perrotti, “quella del Pd e di Cialente è solo un bluff, sanno benissimo che smontare il progetto C.a.s.e., anche in parte, avrebbe costi proibitivi, e non è vero che l’Europa, come ha accennato il sindaco, spingerebbe verso la rimozione, anche perché sono stati spesi centinaia di milioni di euro di fondi europei, per realizzare aree perfettamente urbanizzate, che non potranno tornare prati e aree agricole. Il disegno è semplicemente quello di dichiararle complessi che prima o poi andranno buttati giù, per giustificare nuovi volumi edificabili”.

Sulla stessa linea Blundo, “i problemi delle cosiddette lobby immobiliari non sono problemi nostri, a noi interessano i problemi dei cittadini. Comunque il mercato immobiliare è in crisi ovunque, anche dove non c’è il progetto Case, e abbatterlo non risolverà questa crisi”.
Ribadendo la necessità di una grande consultazione popolare, Perrotti anticipa i risultati di un sondaggio “fatto in casa”, in varie frazioni e comuni vicino L’Aquila.

“Ci sono decine di famiglie che vivono ne villaggio Map di Fossa, che non vogliono tornare in paese, stanno bene dove sono, e vogliono ricattare al loro casetta. Idem nel quartiere C.a.s.e. di Assergi, dove chi vi risiede ha trovato comfort che non gli offriva la casa nel paese vecchio”.

A questo punto però la domanda sorge spontanea: che senso ha spendere allora centinaia di milioni di euro per ristrutturare case inagibili nei paesi e frazioni, se i residenti non ci vogliono tornare?

“Lo spopolamento delle aree interne, – risponde Perrotti – la concentrazione della popolazione nelle città è un fenomeno ineludibile, un dato di fatto di questa fase storica ed economica, ma ha comunque senso spendere soldi per la ricostruzione dello straordinario patrimonio storico architettonico dei paesi. La loro sopravvivenza e rinascita, la loro futura vocazione dipende da un progetto globale, da una politica per le aree interne degna di questo nome, incentrata sull’economia agro-silvo-pastorale”.