L’AQUILA – Lutto all’Aquila per la morte di Totò Centofanti, scomparso la scorsa notte.
Protagonista di una stagione fondamentale per il teatro e la crescita culturale della città, è stato tra i fondatori, insieme a Maria Cristina Giambruno e Antonio Massena, del Teatro stabile d’Innovazione ‘L’Uovo’, contribuendo a dare nuova vita al Teatro San Filippo, riaperto lo scorso 17 aprile dopo la ristrutturazione post sisma, nel corso di una cerimonia alla quale hanno partecipato, tra gli altri, il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, Caterina Caselli e Giuliano Sangiorgi.
Il San Filippo, da ex oratorio, è divenuto dal 1986 sede del Teatro Stabile di innovazione L’Uovo grazie all’intuizione di Centofanti, Giambruno e Messena, che, insieme ai loro collaboratori, hanno trasformato una semplice chiesa in un luogo di produzione artistica all’avanguardia riconosciuta a livello nazionale e internazionale, dopo una ristrutturazione resa possibile da una convenzione siglata con il Comune dell’Aquila.
“A nome dell’Amministrazione comunale e della comunità aquilana esprimo sentimenti di cordoglio per la prematura scomparsa di Totò Centofanti, scrive in una nota il sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi.
“Il suo impegno, insieme a quello di Maria Cristina Giambruno e Antonio Massena, ha contribuito a trasformare il Teatro San Filippo in un luogo simbolo della creatività, della sperimentazione e della formazione di intere generazioni di aquilani. Il Teatro San Filippo, recentemente restituito alla città dopo il lungo percorso di ricostruzione, porta anche il segno della sua visione e del suo lavoro”.
“Alla sua famiglia, alla figlia Giada, ai suoi affetti e a quanti hanno condiviso con lui un percorso umano e artistico straordinario, giunga la mia vicinanza”, conclude il sindaco dell’Aquila.
Ricorda l’amico Antonio Messena: “Antonio Centofanti, fine intellettuale, con una profonda conoscenza di tutto quello che ruotava attorno al teatro e all’arte in generale è stato una persona dalla disponibilità unica, con una sua peculiare e speciale caratteristica: sapeva come porsi e come trattare “alla pari” i bambini e i ragazzi, i primi nostri referenti. Non li obbligava mai alla partecipazione ma aspettava che fossero loro a interessarsi a ciò che lui, in maniera molto pacata, proponeva. Lo si vedeva, specie nei primi anni, attorniato e quasi soffocato da decine di bambini e ragazzi che partecipavano ai suoi laboratori. Di una precisione maniacale nello scrivere un articolo, un programma di sala, un progetto, financo una semplice lettera: ogni parola aveva la sua giusta collocazione e il suo giusto peso nel contesto dello scritto. Mai nulla era lasciato al caso o a una possibile maldestra interpretazione del lettore. Carattere schivo ma di una dolcezza infinita, disponibile con tutti, anche fin troppo, mai autoritario: in tutti gli anni passati assieme rarissimamente gli ho sentito alzare il tono della voce, al contrario di me. Ma quelle rare volte in cui accadeva, incuteva un timore reverenziale”.
“Riusciva a lavorare in un disordine ordinato: la sua scrivania era talmente zeppa di carte, documenti, locandine, manifesti, giornali che nessuno, al di fuori di lui, sarebbe riuscito a trovare qualcosa. E quando era interamente coperta, c’era la possibilità che prendesse possesso di qualche altro tavolo, scrivania o sedia. Un comune amico un giorno gli disse: ‘Totò, ma stai traslocando?’, ‘no, e la tua ironia è fuori luogo, visto che ti riferisci a questo apparente disordine di carte che disordine non è, essendo questo un mio preciso metodo di catalogazione'”.






