L’AQUILA – Gli autobus di sera all’Aquila sono ormai una rarità.
Ecco perché una giovane studentessa universitaria non abruzzese, assuefatta alla mancanza di mezzi pubblici non certo a mezzanotte, ma molto prima, da un’anonima pensilina della zona Ovest dell’Aquila, qualche sera fa si mette in marcia per tornare a casa.
Passando, a piedi, lungo la strada statale 17 ter, meglio nota come superstrada. “Non è mica la prima volta”, ammetterà poi la ragazza, che di soldi per il taxi non ne ha e pare proprio essersi abituata ai disagi di una città spesso gestita come fosse un luogo di perdizione, una specie di inferno regolare con un bel “tanto è così che deve andare” cucito sul gonfalone.
In un buio offensivo chi scrive si era organizzato per rientrare all’Aquila da Bazzano come sempre, cioè tenendo a mente le buche centrate il giorno prima e provare a evitarle: quella superstrada è ogni giorno sotto i ferri perché c’è da finire di costruire una sopraelevata, il rischio di sfracellare le sospensioni (non solo sulla ss 17 ter) e di conquistarsi l’inferno per eccesso di blasfemia è elevato.
Il limite massimo di velocità è di 110 chilometri all’ora ma anche a 90 si può uccidere un pedone. Poteva accadere per un pelo. E per fortuna non è accaduto.
La strizza di evitare per miracolo una figura che improvvisamente emerge dal buio (a proposito, ma perché questa città deve essere così nera di notte?), resta nelle viscere per parecchio tempo e da subito fa ululare qualsiasi cosa, non solo premere fortissimo sul clacson.
A tragedia evitata si può però decidere di puntare la rotatoria per ritornare indietro e cercare, se si fida, di caricare la persona che poco prima si è rischiato di ammazzare. La studentessa, con un po’ di fiatone, accetta di salire in auto. Chissà se si è resa conto di quanto “non accaduto”. Il clacson lo ha sentito di sicuro.
“Ma non hai paura di camminare su questa strada? Non sai che è vietato?”. Domanda ingenua. Dove dovrebbe passare una studentessa di forse vent’anni, senza bus, per tornare dalla zona Ovest della città verso il centro?
“Guarda – risponde sorridendo – all’Aquila con gli autobus è così. Spesso non passano, oppure passano con forte ritardo. Non volevo rischiare di aspettare da sola un bus che non so se sarebbe mai arrivato, visto che di sera è un terno al lotto. Per non camminare ore e ore sono stata costretta a passare per la superstrada”.
Alle 20.12 doveva arrivare un autobus, poi un altro. Nessuno dei due si è presentato.
Un classico, come quando si lasciano a piedi studenti e cittadini alla stazione ferroviaria. Una volta scesi dal treno si incrociano le dita o si mettono le mani in saccoccia per un taxi, oppure tacco e punta, magari con valigia piena di vestiti per la settimana al seguito.
La studentessa viene fatta scendere sana e salva sotto casa. Si è fidata e le è andata bene. Sonni tranquilli anche per i responsabili dell’Azienda mobilità aquilana (Ama). Poteva scapparci il morto, ma così non è stato.
Si può tranquillamente continuare con la mediocre politica dei trasporti in una città universitaria e con una popolazione terremotata dislocata a casaccio su un territorio vastissimo. Che di notte è più buio di una caverna.





