L’AQUILA – “Con gli attuali piani di ricostruzione si rischia la scomparsa totale di un’eredità importante ed irripetibile, quella dei nuclei storici più piccoli e in maniera specifica delle frazioni aquilane”.
A lanciare l’allarme per i centri storici delle frazioni dell’Aquila e dei Comuni limitrofi al capoluogo e l’ipotesi di una soluzione congiunta tra enti, è il segretario dei Beni culturali per l’Abruzzo Stefano Gizzi.
Gizzi spiega che per salvare i centri storici definiti “minori, ma che poi minori non sono, dovranno essere rivisti insieme ai piani regolatori, fornendo degli incentivi ai proprietari che evitino la demolizione e ricostruzione”.
La soluzione potrebbe essere proprio “un’intesa scritta tra Segretariato, Soprintendenza, Comune e Uffici speciali per la ricostruzione che possa superare quelli che sono i cavilli di oggi – afferma – Il discorso vale ovviamente anche per la città dell’Aquila per cercare una soluzione condivisa”.
Il tema sarà affrontato nei prossimi giorni in un incontro tra lo stesso Gizzi e Raniero Fabrizi, titolare dell’Ufficio speciale per la ricostruzione dell’Aquila.
Il patrimonio da salvare per Gizzi è riferito “alle case-torri, le colombaie, le masserie, le case di pendio o a scale esterne che sono correlate in maniera indissolubile all’intorno montano o campestre – prosegue – Bisogna tutelare il patrimonio ambiguamente definito minore, ma che minore non è, in quanto caratterizza in maniera inequivocabile il paesaggio e il nostro territorio abruzzese”.
Per Gizzi non si tratta tanto di salvaguardare una semplice “sommatoria di singole tipologie di un certo interesse, quanto di custodire e di salvare alcune realtà urbanistiche che rischiano di dissolversi”.
“Si pensi al centro storico di Assergi, un unicum nel paesaggio del Gran Sasso, o a quelli di Monticchio e di Sassa, fino a pochi anni fa caratterizzati da suggestive sequenze di case a scale esterne con poggioli che presentavano porticati e tettoie denominate tracenne, del tutto caratteristiche”, specifica.
“Oggi i nuclei storici di Roio Poggio, di Tempera, di Arischia, di Pagliare di Sassa sono in uno stato disastroso, con la quasi totalità delle abitazioni rase al suolo e demolite, Collebrincioni presenta la maggior parte delle case-torri distrutte, mentre Aragno e Scoppito sembrano più integre, così come Cese e Colle di Preturo, con i loro nuclei ottocenteschi e con le case con terminazione a colombaia e a piccionaia – sottolinea – Per non parlare di Paganica, San Gegorio e Onna, la cui situazione è ben nota: si pensi alla totale distruzione dei palazzetti Ludovici e Pica Alfieri”.
Il problema, secondo il segretario, è dato proprio dalla delimitazione delle fasce ‘A’ dei centri, che allo stato attuale “è molto restrittiva”.
“Una programmazione economica degli interventi di restauro basata solo su sulla base degli edifici ritenuti di più alto valore artistico rischia di ridurci ad una visione frammentaria del problema, implicando la completa rinuncia a quei valori ambientali che costituiscono una degli aspetti più originali dell’Abruzzo aquilano – conclude il segretario – Un altro problema è dato dal fatto che, essendo l’architettura non un’arte formale ma una scienza costruttiva, non ha senso, come previsto finora, che siano conservate solo le facciate di alcuniedifici ed autorizzati gli sventramenti interni, poiché è l’intera spazialità che va conservata, beninteso con gli adeguamenti previsti per la vita nel XXI secolo”. Marianna Galeota



