L’AQUILA – Fa ancora discutere la condanna per bancarotta fraudolenta di due ex presidenti dell’Aquila Calcio dei primi anni Duemila, Michele Passarelli ed Eliseo Iannini.
Sulla vicenda AbruzzoWeb ha ricevuto e pubblica volentieri la nota del giornalista aquilano Adriano Cantalini, che segue attentamente le vicende del club rossoblù.
Senza fare nomi il cronista ripercorre i retroscena del “salvataggio” dell’Aquila Calcio Spa da parte dello stesso Iannini, che subentrò di fatto (ma non ufficialmente, hanno svelato le indagini) a Passarelli.
LA NOTA COMPLETA
L’uomo dimentica. Si dice che ciò sia opera del tempo. Dimenticare non è opera del tempo; è opera nostra, che vogliamo dimenticare e dimentichiamo, anche se gli uomini hanno il dovere di ricordare.
Quel giorno al capezzale dell’Aquila Calcio c’erano tutti, sindaco, assessori, deputati, presidenti di aziende comunali, segretari di partito, notai, direttori di banca, semplici cittadini, io e Sandro.
Qualche imprenditore non aquilano aveva chiesto, pur di salvare L’Aquila Calcio, “la Fontana delle 99 Cannelle”, disse il sindaco. Ci serve un “pollo”, se possibile anche nostrano.
E il pollo fu trovato. Non mancarono ovviamente le promesse. Ti daremo contributi con le municipalizzate per coprire il debito lasciato da gli altri.
Il dott. Mannetti, presidente dell’Afm, disse “ ma noi non abbiamo soldi”. Fu zittito, “è un’operazione politica per salvare il calcio all’Aquila”.
E il pollo abboccò, nonostante in aprile, dopo aver visto i bilanci, si fosse ritirato inorridito per il pesante deficit.
Il notaio amico e il direttore di banca gli dissero: “Sei pazzo, chi te lo fa fare, questi dopo scappano tutti. La società è protestata, non può avere apertura di conti bancari, come potrai gestirla?”.
L’uomo dimentica. Tutti hanno dimenticato le feste, i bagni nelle fontane, i balli per il salvataggio dell’Aquila Calcio.
Ma la sorpresa, amara, è dietro l’angolo: L’Aquila Calcio esclusa dal campionato insieme al Catania. Non fa niente, il pollo fa partire la squadra in ritiro a Sulmona e gli avvocati preparano il ricorso. Nessuno se non qualche giocatore accetta di venire a giocare all’Aquila.
Una settimana prima dell’inizio del campionato veniamo riammessi, ma la squadra non c’è, e si vede subito.
Il pollo vede venir meno le promesse, peraltro non ha potuto acquistare che il 20 per cento della quote della società dal vecchio presidente, il restante 80 per cento rimane in mano al curatore fallimentare di una nota società aquilana che ne era proprietaria.
Il pollo non è nemmeno presidente e non può firmare assegni, mette però solo i soldi dai conti correnti personali.
Il 30 ottobre 2003, in una drammatica conferenza stampa, sempre il pollo annuncia che non può più andare avanti. Sono scomparsi tutti, le promesse non sono state lontanamente mantenute. È solo ma non può mettere a repentaglio le sue aziende.
Il pollo getta la spugna e a dicembre viene nominato un liquidatore. Poi è storia.
Io c’ero quando il pollo ha continuato a pagare gli stipendi ai giocatori, all’allenatore fino alla fine del campionato e, fino a quando ha potuto, a pagare anche alcuni dei vecchi debiti ereditati.
Io c’ero anche quando il pollo ha subito aggressioni, scritte sui muri, furti nei cantieri, minacce e diffamazioni.
Adesso la beffa, ma la legge parla chiaro.
Certo il pollo cercherà di difendersi negli altri gradi di giudizio, ma la macchia rimane, nonostante trent’anni dedicati al calcio di questa città, sia come tifoso pronto a elargire contributi per i colori rossoblù negli anni, poi come presidente e anche come sponsor.
Tutto questo per una città che ha fame di calcio, ma che porta solo un migliaio scarso di sportivi allo stadio, che pretendono però altri scenari, ma che dimenticano.
Eppure c’erano tutti anche loro con me e Sandro.
Adriano Cantalini






