L’AQUILA – Piange L’Aquila. Piange di rabbia, di delusione. Piange, passata com’è da un Miracolo con la maiuscola, un gol riacciuffato all’ultimissimo secondo dopo averne preso uno al penultimo, al Vuoto, pure con la maiuscola, di un altro gol preso ancora un secondo dopo, quando c’era solo da aspettare il fischio finale e festeggiare.

Piange non solo la squadra di calcio, piange una città intera, che al “Lungobisenzio” di Prato aveva ritrovato se stessa. Mille tifosi in trasferta per coccolare, alimentare le speranze di tornare nel calcio che conta e buttarsi alle spalle sette stagioni di buio calcistico e due anni di morte cittadina.

Andrà in archivio come una disfatta storica, questa di Prato, comunque sia il futuro di questa società. Ogni tifoso nel dipanarsi della sua vita da sostenitore di una squadra sceglie e custodisce un momento estatico e uno tragico negli anni, ognuno ha i suoi, ma saranno tanti, troppi, forse tutti quelli che da oggi in poi potranno dire di aver toccato il punto più alto della loro vita da sostenitori rossoblù con il gol dell’1-1 siglato da Stamilla al settimo di recupero, e potranno poi dire di essere sprofondati nel disastro più nero di tutti i tempi poco meno di un minuto dopo, intorno al 100′, quando Varutti ha segnato il secondo e decisivo gol per il Prato, che ha sbattuto fuori L’Aquila a calci dai play off per la promozione in Prima Divisione.

Quaranta secondi di Estasi, ancora con la maiuscola. Troppo pochi. Alcune ore, che diventeranno giorni e poi settimane, di miseria nera. Troppe. Un supplizio insopportabile e appena cominciato.

Bastava vedere negli spogliatoi la delusione stampata sul volto del presidente, Elio Gizzi, che ha avuto la forza di dire “Ci riproveremo, confermando la maggior parte di questi calciatori, e saremo forti da inizio stagione”, ma era scuro come la camicia che portava.

Bastava vedere la faccia del tecnico rossoblù, Maurizio Ianni, aquilano purosangue, dopo la partita. “Non l’accetto, non l’accetto” ripeteva, più a se stesso che ai cronisti, camminando per i corridoi della sala stampa. Alla fine si è seduto, anzi, è sprofondato, addirittura sopra un cestino della raccolta differenziata, con gli occhi azzurri spenti e lo sguardo perso nel vuoto, come si sentisse da buttare.

Non è così. Sconfitti, ma non battuti. Nel doppio confronto, L’Aquila ha dimostrato di non essere affatto inferiore al Prato, anzi.

I cinque gol a zero subiti nelle due gare della stagione regolare si sono eclissati. Nelle due semifinali dei playoff Ruscitti e compagni hanno segnato quattro gol e ne hanno presi altrettanti, eppure non è bastato ad avere la meglio.

Questo perché i toscani sono arrivati terzi, scavalcando proprio L’Aquila all’ultima giornata con un finale thrilling che non è andato giù a nessuno, e lo stesso Ianni oggi lo ha ribadito, rischiando, ma tanto ormai, nelle prime interviste a caldo: “Questi sono passati perché sono arrivati terzi e lo hanno fatto con giochi sporchi con il Carpi”.

Il Prato non è più forte dell’Aquila e lo si è visto oggi. Non hanno mai pigiato sull’acceleratore, Potenza e compagnia. Ma quando lo hanno fatto, hanno sempre dato l’impressione di poter mettere in difficoltà i toscani. Dall’altra parte, gli esperti avversari hanno creato qualche grattacapo ma, in fondo, la sensazione di essere in pericolo non ce l’ha mai avuta nessuno.

La partita è rimasta in ghiaccio fino al 38′ minuto minuto del secondo tempo, quando l’arbitro ha cacciato fuori due pratesi. Da lì le cose sono cambiate. La formazione aquilana è andata in barca e ha incassato un rigore amaro al primo di recupero. La trasformazione di Schenetti sembrava la classica, semplice beffa, eliminazione e via andare. Nel calcio ci può stare.

Macché. Sarebbe stato troppo semplice. In pienissimo recupero un uragano aquilano ha accompagnato Stamilla per andare a segnare l’impensabile, impossibile pareggio. Dentro c’era di tutto. Voglia di riscatto, paura per un futuro che in città forse non c’è, passione allo stato puro, delirio, financo malattia e sofferenza per quei due colori, rosso e blu.

Un finale da Tex Willer, con il buono che trionfa sempre e il cattivo spedito nella fossa all’ultima vignetta. Invece no. Era rimasta una pagina da leggere, e poco importa andare a vedere ora chi abbia perso palla, come Varutti si sia ritrovato in area, quale razza di diagonale balordo sia riuscito a insaccare alle spalle del portiere Testa. Ancora più impensabile, ancora più impossibile, è arrivato il nuovo vantaggio e il 2-1 che manda i locali forse immeritatamente a giocarsi la C1.

Ottocento aquilani gelati, svuotati, distrutti, l’esultanza degli altri, quasi impercettibile, annullata dal rumore dei calci degli ultrà alle inferriate che li separavano dalla tribuna. Più che veri calci, lacrime di rabbia e di delusione, per tornare all’inizio.

Oltre il dolore acutissimo, oltre la beffa inaccettabile, oltre l’occasione forse irripetibile, ma in fondo anche il calcio è una ruota e chissà come girerà, cosa accadrà ora? Difficile saperlo. C’è ancora una speranza e si chiama ripescaggio: la moria di società può dare alla società di via Ulisse Nurzia l’opportunità di ritrovarsi a completare gli organici di Prima Divisione e salire un altro gradino a tavolino, come già fatto nel 2009 con l’ammissione d’ufficio in serie D e nel 2010 proprio con il ripescaggio in Seconda Divisione.

Potrebbe succedere, o forse no. Se non succedesse, sarebbe dura ripartire e ricreare l’entusiasmo di oggi, ma sono ottant’anni che L’Aquila Calcio cade e si rialza, cade e si rialza, di continuo, e oggi ha confermato una certezza, che i suoi ragazzi, i suoi tifosi, non la lasceranno mai sola.

Se invece davvero si approdasse al ripescaggio, sarebbe comunque un risultato di grandissimo rilievo e andrebbe accolto come tale, con tutti gli onori. Ma come diceva sempre oggi il presidente Gizzi, che comunque si è detto fiducioso, “ora non è proprio il caso di parlarne”.

Certo che no. La differenza è tutta in quell’odore estatico del gol, della vittoria sul campo, del trionfo sul rettangolo verde invece che negli uffici, che gli aquilani, tifosi, dirigenti, calciatori e giornalisti, si erano conquistati sul campo il diritto a respirare. Hanno potuto farlo per poco meno di un minuto. Troppo poco.

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Prato: Pazzagli, Sacenti, De Agostini, Fogaroli, Lamma, Malomo, Gori, Zagaglioni (28′ st Schenetti), Varricchio, Silva Reis (15’ Vieri), Taugourdeau (1’ st Varutti). All. Bellini

L’Aquila: Testa, Stamilla, Prete, Ruscitti, Garaffoni (1′ st Di Francia), Ruggiero, Onesti, Carcione, Franciel (35′ st Galli), Potenza (28′ st Perfetti), Piccioni W. All. Ianni

Arbitro: Aureliano di Bologna

Reti: 46′ st Schenetti, 52′ st Stamilla, 54′ st Varutti.

Note: spettatori 2.500 circa. Calci d’angolo 4-4. Ammoniti 42’ De Agostini, 7’ st Onesti, 14’ st Franciel, 16’ st Varricchio, 20’ st Fogaroli, 21’ Ruggiero, 27′ st Vieri, 38′ st Lamma e Pazzagli. Espulsi: 38′ st De Agostini e Lamma, 46′ st Prete. Nel finale il collega del quotidiano Il Messaggero Stefano Dascoli, presente per effettuare la telecronaca per l’emittente Ondatv, è stato aggredito verbalmente e quasi fisicamente da due persone esagitate per l’esito della partita.