L’AQUILA – “Il pubblico era coinvolto al cento per cento: le tribune erano parte integrante della scenografia ed era come se gli spettatori fossero stati calati nel 1938, dentro una vera rappresentazione di propaganda fascista. Una sorta di macchina del tempo”.

A parlare ad AbruzzoWeb.it è il giovane attore aquilano Alessandro Cantalini, tra gli interpreti di “Che cosa è il fascismo. Festa in onore del generale Ernst von Hussel di passaggio per Roma”, la storica performance ideata nel 1971 da Fabio Mauri e tornata in scena all’Aquila sabato 26 settembre scorso, all’Istituto di Istruzione Superiore “Amedeo D’Aosta”, nell’ambito della mostra “Fabio Mauri. Gli anni dell’Aquila” al MAXXI L’Aquila, sede abruzzese del Museo nazionale delle arti del XXI secolo, ospitata dal 2021 a Palazzo Ardinghelli.

La mostra è curata da Marta Papini e da Maurizio Cattelan, tra gli artisti contemporanei italiani più conosciuti a livello internazionale, celebre per opere provocatorie e dissacranti come “La Nona Ora” e “Comedian”. Cattelan ha assistito alla performance anche in qualità di co-curatore del progetto espositivo dedicato a Fabio Mauri.

La performance, con la regia di Giancarlo Gentilucci, ricrea una celebrazione di propaganda fascista ambientata nel 1938, restituendone rituali, linguaggi, simbologie e atmosfere e coinvolgendo direttamente il pubblico nella finzione scenica. L’opera richiama i Ludi Juveniles che, secondo la ricostruzione dello stesso Mauri e delle fonti ufficiali dell’opera, si svolsero a Firenze in occasione della visita di Adolf Hitler nel 1938 e ai quali l’artista partecipò nella squadra di Bologna insieme a Pier Paolo Pasolini.

Anche il generale Ernst von Hussel “di passaggio per Roma”, richiamato nel titolo dell’opera, appartiene alla costruzione scenica: non si tratta infatti di una figura storica realmente esistita, ma di un personaggio inventato da Fabio Mauri appositamente per la performance.

La riproposizione aquilana è stata realizzata con il coinvolgimento di Arti e Spettacolo e di numerose realtà del territorio, nell’ambito delle iniziative legate a L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026.

Per Cantalini si tratta di un nuovo confronto, attraverso il teatro, con alcune delle pagine più complesse del Novecento: l’attore aquilano è stato infatti anche tra gli interpreti di “Esuli. Racconti istriani, fiumani e dalmati”, produzione del Teatro Stabile d’Abruzzo dedicata alla tragedia delle foibe, all’esodo degli istriani, fiumani e dalmati e alle vicende del confine orientale nel secondo dopoguerra, con drammaturgia di Eleonora Iacobone, consulenza storica di Francesco Fagnani e supervisione artistica di Raffaele Latagliata.

Lo spettacolo, che lo ha visto in scena insieme alla stessa Iacobone e alla pianista Luna Costantini, tornerà all’Aquila lunedì 5 ottobre al Teatro San Filippo. Durante il periodo trascorso a Roma, Cantalini aveva inoltre già affrontato i temi del fascismo e dei totalitarismi prendendo parte a “Terrore e miseria del Terzo Reich” di Bertolt Brecht.

In “Che cosa è il fascismo”, però, la particolarità sta soprattutto nel rapporto con il pubblico, che non resta semplice spettatore ma diventa parte integrante della scena. Disposto sulle tribune attorno alla grande “Piazza d’Armi”, assiste a esercizi ginnici, scherma, sbandieramenti, danze e dibattiti di mistica fascista.

“È uno spettacolo molto particolare perché non ha una vera e propria trama”, spiega Cantalini. “Se posso usare un termine molto semplice, lo definirei un mix tra una rappresentazione teatrale e una visita guidata in un museo. Gli attori sono sempre presenti in scena e rappresentano giovani avanguardisti, fascisti entusiasti di quel periodo storico, ma non c’è una narrazione tradizionale. Ci sono dibattiti, gare di scherma, balli e saggi fatti in onore del generale e del Duce. L’obiettivo è mostrare quella realtà e soprattutto il modo in cui veniva rappresentata e vissuta”.

Un’esperienza che per l’attore ha avuto anche una dimensione personale e familiare. “Mia nonna mi ha raccontato che, quando aveva poco meno della mia età, partecipava anche lei ai saggi di danza organizzati dalla scuola e che una volta era venuto Mussolini ad assistere. È qualcosa che fa capire quanto quel tipo di ritualità coinvolgesse realmente la vita delle persone e soprattutto dei giovani”.

Il cambio di registro arriva nel finale, quando l’ordine, la disciplina e l’entusiasmo della rappresentazione lasciano spazio ai rumori della guerra. “Alla fine attori, sbandieratori, schermitori e ballerine marciano lungo il tappeto con la svastica, poi escono di scena e si sente il bombardamento. Per me è una metafora molto forte: quei giovani che stanno marciando stanno andando a morire, in guerra o sotto le bombe”.

Ma l’esperienza ha rappresentato per Cantalini anche una particolare prova attoriale. La difficoltà maggiore, racconta, è stata apparentemente la più semplice: rimanere fermo. “La cosa più difficile, che può sembrare una sciocchezza ma non lo è affatto, è stata stare fermo in scena e rimanere nel personaggio. Non c’erano quinte in cui uscire e rilassarsi: per quasi tutto lo spettacolo sono rimasto in mezzo alle tribune, tra il pubblico, nel ruolo del giovane avanguardista, praticamente come una guardia”.

“Il punto non è semplicemente riuscire a stare immobili. Dovevo restare completamente dentro il personaggio e, a un certo punto, ripartire immediatamente perché arrivava il mio dialogo, le mie battute, la mia scena. In quella immobilità dovevo quindi conservare e allo stesso tempo ricaricare le energie”.

Una condizione molto diversa, sottolinea il giovane attore aquilano, dall’attesa dietro le quinte: “Un conto è stare in camerino, sedersi, bere un po’ d’acqua e prepararsi all’ingresso. Un altro è essere già lì, davanti e in mezzo al pubblico, impalato nel ruolo di una guardia fascista, e poi dover partire all’improvviso a recitare. È stata una cosa molto stancante ma anche molto appagante”.

Ed è proprio da questo aspetto che arriva una delle lezioni professionali più importanti dell’esperienza: “Da questo spettacolo mi porterò soprattutto l’arte dello stare fermo. In scena si può fare tantissimo non facendo apparentemente niente. Forse il pubblico non se ne accorge nemmeno, ma è un esercizio difficilissimo. Essere fermi non significa essere spenti: devi continuare a vivere il personaggio e devi essere pronto, nel momento esatto, a ripartire. Per me è stata una grande soddisfazione”.

Cantalini rivolge infine un ringraziamento al MAXXI, a Giancarlo Gentilucci, Tiziana Irti e Daniela Vespa di Arti e Spettacolo-Teatro Nobelperlapace, a Valentina Bosio, assistente alla regia, e a Romina Masi, coreografa dello spettacolo.

“Sono molto grato per questa opportunità e per il lavoro fatto insieme. È stata anche una grande emozione avere tra il pubblico Maurizio Cattelan”, conclude Cantalini.

Un’esperienza condivisa anche in famiglia: alla performance ha infatti partecipato anche il fratello dell’attore, Flavio Cantalini, nella parte di un cineoperatore.