L’AQUILA – I ricorsi di cittadini e imprese sulle aree bianche fanno piangere le casse del Comune dell’Aquila.

Non si contano più, ormai, le cause promosse davanti al Tar Abruzzo sulla vicenda della normazione delle zone che hanno un vincolo urbanistico decaduto.

Si parla di una media di 15 procedimenti al mese, che si concludono con altrettante condanne nei confronti dell’amministrazione comunale, cui fa seguito anche l’intimazione al pagamento delle spese legali che oscillano tra i 1.500 e i 2 mila euro ognuna.

Per questo sembra che il settore dell’Avvocatura abbia richiesto un sostanzioso incremento del capitolo di bilancio per la voce relativa ai contenziosi, che dovrebbe attestarsi intorno ai 350 mila euro.

Un salasso per i traballanti conti comunali, che attendono ancora l’erogazione di un extra di 30 milioni richiesto al governo per far quadrare entrate e uscite.

A ciò vanno aggiunte le spettanze dei commissari nominati dai giudici amministrativi: una quantificazione che non può essere fatta a tavolino, poiché ognuno di essi presenterà una “parcella” diversa legata al tempo impiegato per mettere la “pezza” al piano regolatore, ma già si vocifera di una batosta dalle proporzioni memorabili.

Quella delle aree bianche è una vicenda che si trascina da quasi 30 anni: in zona Cesarini della scorsa legislatura il Consiglio comunale, nella sua ultima seduta utile, aveva approvato una delibera spacciata per “risolutiva” che riguardava i 7,3 milioni di metri quadrati di territorio in cerca di un’identità urbanistica.

Poi si scoprì, invece, che era carente di alcuni presupposti fondamentali che ne minavano alla base l’efficacia.

Tanto è vero che l’assalto al Tar non si è fermato e, anzi, a sentire alcuni avvocati, il bello (per le loro parcelle), deve ancora arrivare.