L’AQUILA – Finiscono in procura le carte relative all’appalto per le mense dell’Aquila, servizio gestito dalla Vivenda, azienda leader nel campo della ristorazione collettiva con sede legale e amministrativa a Roma.

Secondo quanto denuncia un esposto depositato questa mattina al tribunale del capoluogo dall’avvocato Fausto Corti, per conto di Paolo Pecilli e Marco Corti, consiglieri di amministrazione del Consorzio Orgoglio Aquilano, il Comune dell’Aquila avrebbe assicurato alla società una “serie cospicua di vantaggi economici non dovuti”, in particolare attraverso l’aumento ingiustificato del costo dei singoli pasti e l’acquisto di arredi senza le procedure di gara o a un prezzo esorbitante rispetto a quelli di mercato.

La vicenda inizia nel giugno 2008, quando l’amministrazione comunale bandisce la gara per l’affidamento del servizio di refezione scolastica: un appalto da 3,6 milioni di euro, originariamente della durata di due anni, vinto dalla Vivenda spa con un ribasso del 13 per cento, pari a un costo per ogni singolo pasto di 3,48 euro.

L’AUMENTO DEL PASTO DEL 30 PER CENTO

In seguito quella cifra era lievitata a 4,60 euro in seguito a una delibera della Giunta comunale del 28 ottobre 2010. Un aumento di oltre il 30 per cento votato dal sindaco, Massimo Cialente, dal vice, Giampaolo Arduini, e dagli assessori Marco Fanfani, Roberto Riga, Ermanno Lisi, Stefania Pezzopane e Giuliano Lalli (che si è poi dimesso nel luglio 2011).

La decisione prendeva spunto dal fatto che il servizio non veniva più effettuato tramite la “monorazione”, cioè attraverso il preconfezionamento del cibo, ma attraverso lo sporzionamento direttamente a scuola.

Era stata la stessa Vivenda a sollecitare l’incremento dell’importo del servizio, con una nota arrivata al protocollo del Comune lo stesso giorno della seduta dell’esecutivo.

In realtà, sottolinea il ricorso il contratto tra il Comune e la Vivenda prevedeva “all’articolo 1 del Capitolato d’appalto” che, “nel caso in cui la quota del servizio ‘multirazione’ avesse raggiunto il 40 per cento il Comune avrebbe ricontrattato il prezzo in ribasso ‘perché i costi saranno in diminuzione'”.

Secondo i ricorrenti, quindi, il servizio sarebbe dovuto diminuire anziché aumentare. La delibera dell’ottobre 2010, sempre stando al ricorso, “stravolgeva l’assetto precedente”, fissato da un precedente provvedimento del dirigente del Diritto allo studio di due mesi prima che stabiliva, vista l’imminente scadenza dell’appalto, di riaffidare il servizio “alle stesse condizioni previste nel contratto originario”: un cambio repentino, a detta dei ricorrenti, “incomprensibile dal punto di vista dell’interesse pubblico”.

Nel ricorso si fanno anche i conti di questa proroga “maggiorata” del servizio mensa, quantificato in 160 mila euro annui, che ha consentito alla Vivenda “di conseguire un consistentissimo lucro”.

LA FORNITURA DEGLI ARREDI E I COSTI

Nel luglio 2010, la Vivenda segnalava al Comune che il passaggio dalla “mono” alla “multirazione” rendeva necessario l’acquisto “delle attrezzature necessarie per il corretto svolgimento del servizio”, per un importo “comprensivo di asporto e installazione” pari a 271.368,21 iva inclusa, una parte delle quali sarebbe stata comperata dalla società, che si rendeva disponibile.

In un’interrogazione del capogruppo di Sinistra per L’Aquila, Giuseppe Bernardi, la Pezzopane rispondeva che la proposta era stata accettata dal Comune e che la fornitura sarebbe stata acquistata utilizzando le somme offerte come migliorie dalla Vivenda, cioè 110 mila euro per ogni anno di affidamento del servizio, quindi in tutto 330 mila.

Da quanto ipotizzano i ricorrenti, però, i beni ordinati sono diversi da quelli previsti nel Capitolato sottoscritto tra Comune e società, per cui “se ne ricava che l’acquisto operato dal Comune non costituisce attuazione di quanto previsto dalla prima gara ma un nuovo contratto di fornitura disposto senza alcuna procedura di gara e lasciando alla fornitrice la facoltà di stabilire a proprio piacimento il prezzo dei beni acquistati”.

A destare scalpore è in confronto tra i prezzi di cui all’offerta tecnica e quelli realmente pagati: una zanzariera passa da 30 a 1.760 euro, un gazebo da 3.900 a 5.184, un carrello da 220 a 485,76, una fotocopiatrice da 458,30 a 1.729. “Vi sono poi altri beni – aggiungono i ricorrenti – per i quali il Comune sembra aver pagato alla Vivenda di molto superiore rispetto a quello di mercato. Si veda a titolo di esempio il cestino Fiuggi, pagato 310,40 euro e che ha un prezzo sul mercato di euro 190”, per avvalorare ciò nell’esposto è allegato un preventivo scaricato da Internet.

Ma non è finita: dalla risposta dell’assessore Pezzopane a Bernardi, prosegue l’esposto “emerge che il Comune ha acquistato dalla Vivenda dei carrelli termici, che quest’ultima si era obbligata a fornire con la propria offerta”, si parla di 14 carrelli pagati 25.600,96 euro.

“La Vivenda – si legge ancora – si era inoltre impegnata a dotare ogni plesso scolastico di un fax. Nonostante ciò con la nota del 15 marzo 2011 il Comune ha ordinato alla Vivenda la fornitura di 60 fax (uno per ciascun plesso scolastico) per un costo complessivo di 12.768 euro, accollandosi anche in questo caso un costo che era dell’appaltatrice”.

Stesso discorso per le pattumiere: “14 secchi portarifiuti al prezzo di 158,40 euro cadauno per un costo complessivo di 2.217,60 euro, anche in questo caso un costo che era dell’appaltatrice”.

L’esposto conclude dicendo che “di tale vantaggi la Vivenda non può essere considerato estranea, tenuto conto che la stessa era ben consapevole dei propri obblighi poiché derivavano dall’offerta tecnica presentata al Comune e dagli obblighi derivanti dalla aggiudicazione dell’appalto”. (pi.bi.)