L’AQUILA – “L’artista è soltanto una persona che ha deciso di intraprendere un cammino ma non al centro”.
LA PITTURA DELL’AQUILANO DE FELICE, ”UN CAMMINO NON AL CENTRO”
di Annalisa Casciani
Paolo De Felice, 38 anni, pittore aquilano, ma non solo, anche designer, fotografo e musicista, si racconta in un’intervista ad AbruzzoWeb a pochi giorni dall’inaugurazione della sua prima mostra personale al Media Museum di Pescara.
“La mia mostra ‘2-0-1-1’ – spiega – prima di approdare a Pescara è stata allestita all’Hotel Castello dell’Aquila durante la Perdonanza: un bel traguardo per un aquilano”, dichiara timidamente.
In realtà, più che timidezza Paolo ha la riflessività tipica delle menti sensibili e intuitive dei geni, chi gli parlasse anche per pochi istanti difficilmente non potrebbe definirlo artista, anche se lui ancora non è cosciente di questa identità di pittore.
“Prima di quest’ultimo anno non avevo mai dipinto così tanto – spiega – Realizzavo qualche quadro per mio piacere personale. La pittura è entrata nella mia vita dopo il terremoto. Adesso faccio soltanto questo”.
I suoi quadri, invece, dimostrano un’introspezione covata per anni, la maturità di una persona che è approdata alla “tela e ai pennelli” dopo un percorso lungo ma necessario.
La plasticità delle sue tele, che in molti hanno definito figurative, dimostra invece un’espressività e una ricerca formale che va ben oltre il figurativo, perché, come dice Emiliano Dante nell’introduzione critica al catalogo della mostra,” per De Felice si può parlare di lirismo espressivo, lirismo che lo slega dall'”immanenza della materia” e lo porta a slanciare la sua ricerca verso una dimensione “superdividuale in modo duplice: nello stile (i profili hanno tratti che li caratterizzano che li distinguono gli uni dagli altri) e nella rappresentazione (la coppia)”.
La modernità di questo artista aquilano si riscontra principalmente nell’iconicità, intesa non come simbolo ma come pensiero ricorrente, ossessiva ricerca dell’immagine interiore nella fisicità dell’arte.
I “profili” dei suoi lavori definiscono la poetica di De Felice, la sua ricerca formale che come lui stesso dice non è del tutto cosciente, ma puramente ispirata alla verità di quello che dipinge.
“La definirei un’etica della verità – dichiara l’artista – non del buono o del cattivo, ma del vero: non c’è ricerca di sensazionalismo come nelle immagini che siamo abituati a vedere in televisione. Da una macchia – spiega De Felice – lentamente creo le masse dei corpi e lo spazio (ulteriore massa, pesante di tensioni, sentimenti e istanti di vita, ndr.) che li divide, poi traccio le linee nere che delimitano gli spazi”.
Paolo quando hai capito di essere un artista?
Mia madre, Massimina Pesce, è una scultrice e pittrice, anche per mantenere i ruoli distinti, per molto tempo mi sono dedicato alla grafica di cataloghi d’arte, poco ai quadri: ne dipingevo uno all’anno per me stesso. Nel 2011 mi è venuto in mente un discorso organico e valido da rappresentare, (in un solo anno Paolo ha dipinto più di 50 quadri, ndr.).
Ti sei riconosciuto come artista dopo il terremoto. Quanto questa catastrofe ha accelerato il tuo percorso verso l’arte?
Il terremoto di sicuro mi ha fatto capire meglio quanto la vita sia una serie di rapporti tra le persone. Con Emiliano Dante, per esempio (che, come racconta lo stesso Dante, era appena un conoscente per De Felice, ndr), che ha condiviso con me la stessa tenda alla tendopoli di Collemaggio dopo il sisma. Noi stavamo in una situazione privilegiata, Collemaggio non era come le altre tendopoli: non aveva gli stessi problemi d’ordine. Lui lì ha girato anche un film a cui ho collaborato, Into The Blue. Abbiamo subito ricominciato a rigiustificare le nostre esistenze per mezzo dei rapporti con le altre persone: sono nate relazioni strettissime in quei sei mesi.
La tragedia era comune…
Io non ho mai vissuto guerre, non so cosa voglia dire il concetto “fratelli d’armi”, ma per me Emiliano è la cosa più simile a questo. Per molti la vita delle persone è legata ai luoghi per me, invece, al rapporto con gli altri, la nostra auto rappresentazione dipende quasi esclusivamente da come gli altri vedono il nostro “io”. Passare quei mesi in quella tendopoli è stato bello e confortante perché siamo riusciti a immaginarci di nuovo la vita, non da pazzi e dissociati ma grazie alle persone che avevamo intorno.
I tuoi quadri hanno qualcosa che va oltre la bidimensionalità della tela. La materia sembra quasi scultorea…
Tutto è stato pensato affinché fossero quadri, non credo che farò mai scultura. Però pensavo anche che non avrei mai dipinto, quindi in realtà non posso affermarlo con certezza. In ogni modo credo sia la tecnica a dare l’idea della plasticità delle sculture. Alla base ci sono stucco e colla, per creare la massa e soprattutto per avere qualcosa da modellare, perché, quando è ancora fresca, produco una sorta di scrittura automatica in modo che l’opera appaia vissuta. Sopra è acrilico: comincio da una macchia, la massa di un corpo, poi, lentamente distinguo gli spazi, soltanto alla fine approdo al profilo netto. Ho una vaga idea di dove cadrà, ma la definizione degli spazi è assolutamente l’ultima cosa.
Come definiresti la tua poetica artistica?
Alcuni pensano che io sia figurativo. Io non parto mai dalla figurazione: penso invece alla massa e al cromatismo. Il soggetto non sono tanto le figure ma il rapporto tra esse.
Se fossi costretto a definirti…
Mi lascio guidare dalla verità di quello che provo. Una volta mi hanno chiesto di rappresentare una sola figura al centro del quadro, ho tentato ma era sempre brutta e alla fine l’ho cancellata. Al centro dei miei quadri c’è un rapporto. Non potrei mai dipingere un fiorellino o un fiume. La mia è una pittura essenziale. Sono quadri finiti nella loro semplicità elementare, ogni mia opera è conclusa nel suo essere.
La mia pittura è come l’Abc, le prime parole di un pittore, forse resterò a queste prime parole per tutta la mia vita, ma l’importante è che siano vere. Nel mio linguaggio c’è un’etica del vero, non del bello o del brutto, ma quello che dipingo è sempre la verità. Questo esula dalle immagini a cui siamo abituati oggi, non potrei mai dipingere un assassino o un discorso a sottrazione sociale: le immagini aggressive che la televisione ci mette sotto gli occhi, che vogliono condizionarci, non sono per la mia pittura. Dipingere invece una persona che legge semplicemente: per me è un’immagine bellissima.
I tuoi dipinti sono di profilo. Sembra quasi che vogliano escludere lo spettatore. Come se si bastassero per loro stessi e non volessero instaurare relazioni interpretative con l’esterno.
Questa è la parte etica difficile da spiegare. Quella è la loro non aggressività, non sono per forza protesi verso chi li guarda, non vogliono persuadere e convincere. Sono figure chiuse nel loro istante e nel rapporto che stanno vivendo: questa è la loro veridicità. Comunque sono figure astratte, non sono persone reali. Alcune volte sono anche deformi per rappresentare l’antropomorfismo tipico dell’uomo: vediamo teste umane in ogni oggetto.
C’è un artista a cui ti ispiri?
A nessuno. Spero di riuscire a essere sempre originale e me stesso. Per esempio io amo moltissimo il mio Adamo, che invece non piace a nessuno. Ovviamente c’è un richiamo all‘Adamo di Michelangelo: i suoi occhi sono intimoriti dal dono della vita. Quando l’ho dipinto, avevo delle sensazioni e degli echi, ma non ho rivisto Michelangelo. È ovvio che in quello che dipingo vi rientrano questioni culturali e dell’immaginario mio personale e collettivo, ma ci rientrano indirettamente: non sono citazioni dirette.
All’Aquila oggi si può vivere di arte?
Io faccio solo questo. Ho deciso di vivere in questa città e cerco di godermela al massimo. Alla mia mostra all’Hotel Castello c’è stato qualcuno che mi ha capito veramente, anche persone che non mi conoscevano si sono emozionate davanti ai miei quadri. Ovviamente non ci sono più le associazioni culturali ad appoggiare economicamente gli artisti e questo frena l’arte. Un artista è un po’ come un bambino: se fa, qualcosa vuole essere elogiato e apprezzato. Questo ovviamente è più facile che avvenga a Roma piuttosto che all’Aquila. E invece in questa città ci sono molte persone artisticamente valide che si dovrebbero appoggiare.
Che vuol dire essere artista per Paolo?
(Scende il silenzio per qualche minuto, ndr.), è difficile dirlo, le definizioni sanno sempre troppo di retorica. È una persona che ha intrapreso un cammino ma non al centro. Un cammino che ti costringe a fare e farti domande. La differenza è nel mondo: se ti sta bene, non ti viene voglia di esprimere qualcosa di te stesso, quando invece lo esprimi, è perché non ti va bene e con quel piccolo di te cerchi di influenzarlo. Non in senso politico però. Attraverso i miei quadri cammino non al centro, non per forza con l’appoggio degli altri, è questa è la mia autarchia: procedo per un mio cammino personale.
Intanto...
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