L’AQUILA – “Great Resignation”: termine inglese che sta a significare il numero crescente di persone in numerosi ambiti lavorativi lasciare il loro impiego, con il prepensionamento o il licenziamento volontario, fenomeno che riguarda, sempre di anche il Sistema sanitario nazionale.
I numeri forniti dall’Anaoo Assomed, il sindacato dei medici e infermieri, è a dir poco preoccupante: negli ultimi 3 anni infatti sono stati persi quasi 21mila medici specialisti. Dal 2019 al 2021 hanno abbandonato l’ospedale 8.000 camici bianchi per dimissioni volontarie e scadenza del contratto a tempo determinato e 12.645 per pensionamenti, decessi e invalidità al 100%.
Un fenomeno che è aumentato con la pandemia, ad aggravare la già preoccupante carenza di personale: in Abruzzo la percentuale di licenziamenti volontari rispetto all’intero corpo medico è passato dall’1% del 2020 al 3% del 2021.
In tal senso situazione più critica in Molise, 4% di licenziamenti nel 2020% e 7% nel 2021. e in Sicilia 3,8% nel 2020 e 4,5% nel 2021. C’è poi il caso Val d’Aosta dove nel 2020 si è arirviate all’incredibile percentuale di 13% mentre nel 2021 i licenziamenti volontari si sono attestati 2,5%
Le ragioni della grande fuga? L’Anaoo non ha dubbi: “la ricerca di orari più flessibili, maggiore autonomia professionale, minore burocrazia”. Il desiderio di lavorare in “un sistema che valorizzi le loro competenze, un lavoro che permetta di dedicare più tempo ai pazienti. Il bisogno “di avere a disposizione più tempo anche per la propria vita privata e non sacrificare la famiglia”.
Abruzzoweb ha più volte evidenziato del problema rappresentato dalla carenza di personale negli ospedali regionali, dando voce al dottor Alessandro Grimaldi, primario di malattie infettive dell’ospedale San Salvatore dell’Aquila e segretario regionale abruzzese del sindacato Anaoo.
“Storicamente – aveva detto Grimaldi -, abbiamo seri problemi nel senso che scontiamo ritardi di anni legati anche al fatto che eravamo una regione commissariata e quindi a lungo non abbiamo avuto il turnover sufficiente, anzi ricordo i periodi in cui il turnover era al 20%. Purtroppo, si sono accumulati ritardi e adesso stentiamo molto anche perché c’è un deficit nell’apparato amministrativo che ha impedito finora di istruire bandi di concorso. Bisognerebbe quindi partire con estrema velocità e su più fronti, ad esempio sottolineo che tanti posti da primario sono vacanti e quindi questo momento diventa tutto molto più problematico”.
Allarme lanciato su questa testata anche da Mario Pepe, professore della Università La Sapienza di Roma, medico, internista clinico ed ex parlamentare di Forza Italia e Pdl: “la preoccupazione per il futuro sarà proprio la tenuta del sistema sanitario, pensato per un’altra Italia, in cui l’età media era 60 anni, e non oltre 80 anni come oggi. E in questi anni, in aggiunta, c’è stata la crisi della formazione, ci troviamo in mancanza di medici, perché è stata sbagliata la riforma del numero chiuso e programmato per accedere alle università di medicina, non tenendo conto delle esigenze della popolazione, ma del numero degli iscritti agli ordini dei Medici. Un errore che ora paghiamo duramente”.
Ovvero, “paghiamo poi la crisi dell’Università e l’ incapacità di formare competenze adeguate. È davvero un’urgenza, ripeto, investire di nuovo sulla formazione, altrimenti i nostri figli faranno i camerieri dei cinesi e di quei Paesi che invece, a differenza del nostro, hanno investito su competenze e la formazione”.
Tornando al report di Anaoo: i dati del 2020 e del 2021, tratti dal database Onaosi, confermano il persistere di una quota importante di licenziamenti (da 2.000 a 3.000) che si aggiungono alle uscite per pensionamento , 2.886 medici ospedalieri, il 39% in più rispetto al 2020 ha deciso di lasciare la dipendenza del SSN e proseguire la propria attività professionale altrove.
Ma ciò non significa che i medici hanno abbandonato la barca nell’emergenza covid, e 360 sono morti per salvare le vite altrui.
“A meno che il nuovo lavoro non fosse pianificato da tempo – si legge nel report -, i medici dipendenti hanno rallentato i licenziamenti per non abbandonare i colleghi proprio durante la peggiore crisi sanitaria dell’ultimo secolo affrontata da tutti con un ammirevole senso responsabilità, che ha valso loro l’appellativo di “eroi”.
Purtroppo però degli eroi ci si è presto dimenticati: “nelle ondate successive alla prima, i medici hanno lavorato sempre nella stessa approssimazione e improvvisazione organizzativa della primavera 2020. Letti, professionalità e persone riconvertiti a seconda delle necessità, senza alcuna condivisione delle decisioni. Operatori spostati come pedine, un nome in una casella, non di rado vuota, causa infezione da Sars-CoV-2”.
Alla gestione dei malati Covid, per i medici ospedalieri “si è aggiunto il carico della campagna vaccinale e del recupero di lunghissime liste d’attesa, oramai valutabili non più in mesi ma in anni, a causa del rallentamento delle attività ordinarie per far fronte alla pandemia. Il tutto, con la aggiunta dell’enorme carico emotivo legato all’alto numero di contagi e alle morti per Covid tra gli stessi operatori sanitari, in un contesto che già lamentava pesanti carenze di organico (- 46 mila addetti tra il 2009 e il 2019).
Passando dall’analisi alla proposta, ecco dunque le indicazioni dell’Anaoo per evitare il collasso del sistema sanitario nazionale.
“Le Aziende sanitarie dovrebbero, quindi, incominciare a dare concrete risposte al disagio crescente che da tempo denunciamo: gli orari di lavoro non sono “umani” e le condizioni di lavoro sono insicure anche in riferimento agli utenti; la flessibilità nell’organizzazione del lavoro è scarsa, in assenza di innovativi strumenti di welfare aziendale, in particolare considerando il processo di progressiva femminilizzazione della professione; gli stipendi non sono in linea con i contratti di lavoro sottoscritti e con le norme di legge; non vengono valorizzate le conoscenze e le competenze dei propri professionisti nei processi di “governo clinico” delle attività; – non sono garantiti per i medici dipendenti percorsi di carriera e opportunità di crescita, esigenze che non si riesce ad accontentare”.
E non c’è tempo da perdere: “il quadro che emerge lascia presagire il progressivo declino della sanità universalistica, per come la conosciamo. Si deve considerare, infatti, che il livello attuale delle uscite dei medici (pensionamenti + dimissioni volontarie) è tale da mettere seriamente in pericolo la tenuta del SSN visto che di fronte ad uscite di circa 7.000 medici specialisti ogni anno, l’attuale capacità formativa è intorno a 6.000 neo specialisti, di cui in base a nostri precedenti studi solo il 65% accetterebbe un contratto di lavoro con il SSN. Per evitare il disastro è necessario procedere alla rapida stabilizzazione del precariato e serve un cambiamento radicale nella formazione post-laurea”.
“Occorre, in pratica, anticipare l’incontro tra il mondo della formazione e quello del lavoro, oggi estranei l’uno all’altro, animati da conflittualità latenti o manifeste e contenziosi infiniti, consentendo ai giovani medici specializzandi di raggiungere il massimo della tutela previdenziale e al sistema sanitario di utilizzare le energie più fresche per far fronte ad una importante carenza che si prolungherà ulteriormente per almeno tre anni. La soluzione consiste nella trasformazione dell’attuale contratto di formazione in un contratto a tempo determinato di formazione/lavoro con oneri previdenziali e accessori a carico delle Regioni e nel conseguente inserimento dei giovani medici nella rete ospedaliera regionale. Recuperare il ruolo professionalizzante degli ospedali rappresenta la strada maestra per garantire insieme il futuro dei giovani medici e quello dei sistemi sanitari”, conclude l’Anaoo.





