MONTESILVANO – Edifici fatiscenti a cui sono state murate porte e finestre, qualche oggetto personale che si affaccia dai balconi, erba sempre più fitta all’interno del plesso. È così che appaiono oggi le palazzine di Via Ariosto, da alcuni chiamato il Bronx, o anche il ghetto, di Montesilvano. Per chi ci abitava, invece, era una vera e propria residenza, quello che in senegalese è il “burgul”, il luogo del ritrovo e della condivisione.

Vivono in spiaggia, ora, i migranti cacciati da un’ordinanza di sgombero il 31 maggio scorso da quelle palazzine, in un “canalone” della zona dei grandi alberghi di Montesilvano (Pescara), si dividono cibo e acqua tra lo sdegno dei passanti e lo sguardo severo dei residenti che li accusano di “bivaccare” tutto il giorno, si fanno forza l’un l’altro, aiutati da un comitato di residenti che li ha presi sotto la propria ala.

Hanno uno sguardo fiero, che mostra la dignità di chi non vuole la carità, ma una casa in cui poter far crescere i propri figli. “Non vogliamo che ci regalino un tetto – spiega ad AbruzzoWeb Ibra, un senegalese sfrattato – pagavamo regolarmente l’affitto, 500 euro, e continueremmo a farlo se solo ce ne dessero la possibilità”.

La comunità africana si è rimboccata le maniche, cercando una soluzione immediata, ma sembra che questo non basti a estinguere il pregiudizio contro chi viveva in quello che era considerato il “ghetto” di Montesilvano: “Dal giorno dello sfratto abbiamo fatto molte richieste di locazione, ma appena gli affittuari, al momento della firma del contratto, leggono la nostra vecchia residenza, ci negano l’affitto – denuncia Ibra – per questo abbiamo cercato di sistemare almeno i bambini da amici e conoscenti, ma per chi non ha trovato una sistemazione la spiaggia è stata l’unica alternativa”.

Oggi gli abitanti di quelle vecchie e fatiscenti palazzine stanno vivendo un vero dramma: “C’era una signora che abitava in uno degli appartamenti da vent’anni insieme al marito e a due bambini di tre e un anno – racconta – pagando regolarmente l’affitto, eppure anche lei è stata portata via insieme alla propria famiglia, nessuno si è preoccupato per i piccoli”.

Un giorno, quello dello sgombero, che Ibra non dimenticherà mai: “Erano le 4 di mattina, eravamo soli, impotenti – ricorda con occhi lucidi e voce rotta – Ci hanno trattati come se fossimo borse da spostare e lasciare in mezzo la strada, il Comune non ci aiuta a trovare una soluzione e molti prendono strade facili, ma pericolose”.

Il Comitato di via Ariosto, nasce anche per evitare che i giovani intraprendendo la strada della delinquenza. Montesilvano si è sempre mostrata una città aperta all’integrazione e pronta a sostenere le persone in difficoltà, ma il virtuoso meccanismo della solidarietà sembra essersi bloccato, innescando una reazione a catena di presidi pro e contro migranti, manifestazioni che degenerano fino ad arrivare alle mani, come è accaduto per esempio il 2 luglio, durante la manifestazione pacifica guidata da Marco Forconi, esponente di Fratelli d’Italia.

C’è aria di tensione tra le vie di Montesilvano, un clima rovente dove prevalgono paura e rabbia, da parte di entrambe le parti.

“Si sta alimentando una guerra tra poveri – puntualizza Patrizio di Pietrantonio, portavoce dell’Unione sindacale di base (Usb), che fa parte del Comitato di via Ariosto – questa è la cosa triste di tutta la vicenda”.

“In campagna elettorale il sindaco di Montesilvano, Francesco Maragno si recò proprio a via Ariosto – ricorda – per un confronto con i migranti che risiedevano lì, per ascoltarli e capire i loro problemi, ma a novembre ha comunque firmato l’ordinanza di sgombero. Sono seguiti 6 mesi di incontri tra i vertici di Comune, Prefettura, Cgil, Questura e Caritas, l’intento era quello di cercare una quadra, che evidentemente non si è riucita a trovare. Questo percorso tra l’altro, non è documentato in alcun modo, almeno stando a quanto riferito all’Usb”.

“I plessi sgomberati sono nati come case vacanza, ma non sono mai stati completati; sono stati affittati a 500euro al mese alle famiglie senegalesi, pur non avendo i requisiti di abitabilità – spiega il portavoce Usb – gli stessi che il Comune ha utilizzato come scusa per cacciare gli abitanti degli appartementi”.

La Asl, infatti, nel sopralluogo effettuato ha riscontrato la carenza di condizioni base, come per esempio “la mancanza di riscaldamenti – aggiunge – da imputare ai proprietari degli edifici, che nonostante gli introiti mensili, non hanno provveduto a finire le strutture”.

“Per loro non c’è lavoro, non ci sono opportunità, ora che non hanno neanche una casa – si chiede Di Pietrantonio – cosa faranno? Devono pur vivere e questa è la classica situazione dove c’è il forte rischio di essere presi sotto il braccio della mafia, chi si trova per strada a vendere è il pesce piccolo”.