L’AQUILA – Come un assolo di saxofono, anche il Jazz italiano per L’Aquila non potrà essere eterno, ma durerà il tempo di altre due stagioni.
Poi, se il terreno sarà fertile, il seme gettato germoglierà nella forma di un festival o di una nuova tradizione musicale condivisa in città.
È il messaggio che Paolo Fresu nell’intervista ad Abruzzoweb lancia come prospettiva e come sfida, sul futuro di un evento di cui il grande jazzista sardo è direttore artistico, e che nella prima edizione ha registrato un incredibile e inatteso successo, con oltre 60 mila persone arrivate da tutta l’Italia il 6 settembre del 2015 nel capoluogo abruzzese, per seguire oltre cento concerti con 600 musicisti in strada, tra i ruderi post-sisma e i palazzi già ricostruiti e con il gran finale sulla scalinata di San Bernardino.
L’edizione del 2016, in programma domenica 4 settembre, assicura Fresu, non potrà che confermare il successo e la qualità della prima edizione.
Con un grande turn over, con 600 nuovi musicisti sulla ventina di postazioni nel centro storico.
Il jazz italiano per L’Aquila sarà preceduto da due giorni di dibattiti, e nei mesi precedenti da laboratori e percorsi musicali nelle scuole cittadine.
Poi, però, dopo l’edizione del 2016 e quella del 2017 calerà il sipario e toccherà agli aquilani creare le condizioni per far sì che non torni il silenzio e che L’Aquila possa aprire le sue porte ai linguaggi come la musica, che aiutano a vedere il mondo, e i luoghi di una città in ricostruzione da altre infinite prospettive.
Paolo Fresu, c’è già grande attesa per la seconda edizione del Jazz italiano per L’Aquila: quali sono le novità in cantiere?
La prima novità è che saranno invitati altri 600 artisti che non sono quelli dello scorso anno, ed altri 600 ce ne saranno nel’edizione del 2017. Con un grande turn over, perché la filosofia di questo evento è quello di coinvolgere tutti i jazzisti italiani, in questo movimento di solidarietà che vuole far vivere L’Aquila.
Ci saranno gradi nomi assenti l’anno scorso, come Stefano Bollani ed Ezio Bosso?
Molti colleghi non erano presenti l’anno scorso perché avevano già preso altri impegni, ma saranno invitati quest’anno. Qualcuno se l’è pure presa per non aver ricevuto l’invito, perché voleva esserci a tutti costi. Sto già mandando messaggi e inviti a tutto spiano. Diciamo che su 100 invitati, 90 hanno dato già immediata ed entusiasta adesione, 10 devono solo controllare gli impegni prima di dare conferma.
La seconda novità?
Il jazz italiano per l’Aquila non sarà un evento isolato, che si consumerà in un’unica intensa giornata. A partire dalla primavera, ci saranno laboratori e corsi di educazione musicale che vedranno coinvolte le scuole elementari e medie della città. E l’evento sarà preceduto da due giorni di stati generali del jazz italiano, con convegni che avranno al centro il senso della cultura, dell’arte e della ricostruzione del Paese, non solo dell’Aquila, il tutto con nomi importanti. Ci sarà anche il ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo Dario Franceschini, anche perché il progetto è in parte suo.
Stiamo preparando anche un libro fotografico che racconta la prima edizione,ma non con i classici scatti del musicista con la tromba in bocca. Sono immagini che raccontano l’unicità di quell’evento. Sarà presentato al Salone del Libro di Torino.
Qual è stato il segreto dell’incredibile successo della prima edizione, di critica e di pubblico, come si suol dire?
La novità assoluta che ha rappresentato: non si era mai vista una cosa del genere in Italia e in Europa: 600 artisti in 18 postazioni in un luogo così particolare come L’Aquila, una città colpita da una tragedia che sta piano ricostruendo se stessa, è stata una cosa importante, e toccante, che va al di là del jazz. Il pubblico lo ha capito e non è andato all’Aquila solo per poter assistere a concerti di alto livello e per di più gratuiti, ma per stringersi attorno a questa città. Siamo un Paese di arte e cultura, la musica ha un grande potere di aggregazione. È l’addizione di pensieri diversi, esprime la necessità nuova di vedere in un altro modo il mondo che ci circonda.
Qual è il nesso tra musica e abitare?
Una cosa è e ascoltare un disco a casa, su divano, una cosa è vivere un’esperienza collettiva, come accaduto sulla scalinata di San Bernardino, con 10 mila persone insieme a condividere un momento che io che ero sul palco a suonare ho vissuto come pieno di pathos e poesia. Le persone hanno bisogno di condividere, quel concerto era già la metafora di una ricostruzione, che è anche una vicenda interiore, non solo edilizia e urbanistica.
All’Aquila si dice che l’evento sia riuscito perché la politica nella fase organizzativa è stata lontana, niente comitati organizzatori, niente lotte per spartire fondi e prebende, nessuno ci ha messo becco e tutto è stato gestito per passione da chi si intendeva della materia, dai musicisti jazz. Condivide?
Non poteva essere diversamente, i musicisti sono venuti a suonare gratis e con entusiasmo soprattutto perché sono stati invitati da altri musicisti, con un determinato spirito e senza doppi fini, né politici né economici. È stato un progetto che ha avuto e ha come fine, per noi jazzisti, di solito cani sciolti, quello di contarsi , di prendere consapevolezza del nostro status, mossi anche dalla necessità di tutelare di un lavoratore intermittente, non contrattualizzato come quello dei musicisti che suonano nelle grandi orchestre. Anche per questo, L’Aquila è stato uno spartiacque ed un evento storico per il jazz italiano.
A dover essere ricostruita non è soltanto L’Aquila, ma tanti piccoli e splendidi paesi del cratere dove va detto, a sette anni dal 6 aprile 2009 i lavori procedono a rilento, con l’ombra pesante dello spopolamento che vorrebbe dire crollo definitivo. Potrebbe il jazz aquilano per L’Aquila accendere i riflettori anche su questi borghi?
L’evento si concentrerà nel centro storico dell’Aquila, non può che essere diversamente. Con la musica non puoi sollevare le pietre. Ma potrà servire da stimolo. Ci sono altri generi musicali, su cui questi paesi potrebbero puntare, per valorizzare se stessi, farsi conoscere e trovare una vocazione.
L’anno scorso sono esplose molte polemiche per i limiti della logistica e i pochi bar e ristoranti aperti.
Sì, è accaduta una cosa del genere, ma nessuno immaginava che sarebbe arrivata così tanta gente. Ora però è stata compresa la portata dell’evento,e abbiamo avuto rassicurazioni dai referenti locali, con cui abbiamo un ottimo rapporto di collaborazione, che sarà curato al meglio questo aspetto. Credo sia inutile rinfocolare le polemiche.
Il jazz italiano per L’Aquila potrà diventare un appuntamento fisso?
Questo progetto ha la durata di tre anni. Sarà un triennio di stati generali del jazz italiano e per abbracciare questa città. Come nella musica, però, anche un evento deve avere un senso, una direzione, altrimenti diventa solo estetica. Un festival, poi, è un’altra cosa. Di sicuro, non lasceremo un vuoto, ma un seme. E se germoglierà, dipenderà dalla fertilità del terreno e da chi se ne prenderà cura.



