PESCARA – Sono sempre più indignati gli “Indignados” pescaresi.

L’adrenalina ormai è scesa ma non si placa la rabbia per essere tornati a casa “a bocca asciutta” senza aver potuto portare a termine la loro manifestazione per via delle violenze.

Sono tanti i ragazzi che lo scorso sabato sono partiti da Pescara alla volta di Roma. Nei bus, in tutto sette, avevano caricato striscioni, cartelloni, costumi di ogni genere, trombette, fischietti e parrucche colorate.

I  loro strumenti, le loro “armi”, per esprimere l’indignazione nei confronti di una crisi economica che sta togliendo tanto a tanti.

“Siamo arrivati a Roma e ci siamo trovati davanti una folla imponente, colorata e pacifica”, racconta ad AbruzzoWeb Corrado Di Sante, segretario di Rifondazione comunista e tra i referenti pescaresi del coordinamento della Rete 15 ottobre.

Purtroppo questo spettacolo è durato poco, a causa di gruppi di violenti che  hanno espropriato i manifestanti della serenità della loro protesta.

Il sentore che a Roma sarebbe successo qualcosa di brutto c’era già da alcuni giorni, ammetto gli organizzatori che, proprio per questo, non si sono fatti trovare impreparati.

“Naturalmente abbiamo preparato i partecipanti  – continua Di Sante – soprattutto perché tra di loro c’erano tanti studenti liceali e ragazzi alla loro prima manifestazione. Abbiamo detto loro di rimanere in un punto preciso del corteo e di tornare indietro se fosse successo qualcosa”.

Nessuno  dei manifestanti partiti da Pescara è rimasto coinvolto negli scontri, quantomeno non in maniera grave.

“È facile in queste situazioni essere coinvolti, nella mischia non si fa troppa distinzione tra manifestanti violenti e pacifici, si mescola tutto”, afferma l’organizzatore.

Molti ragazzi raccontano di camionette delle forze dell’ordine che sfrecciavano ad altissima velocità tra i manifestanti, o di partecipanti “pacifici” che hanno iniziato anche loro a lanciare  le pietre.

Sulla rete, poi, girano commenti di ogni sorta, soprattutto da parte di chi accusa le forze dell’ordine di non aver fatto distinzione tra manifestanti e black block.

“Una cosa è certa, molte immagini che si trovano su Internet andrebbero contestualizzate per capirne appieno il senso”, sostiene Di Sante su questo aspetto.

Se i manifestanti sono arrivati preparati a Roma, un po’meno organizzati sono sembrati i poliziotti.

Qualcuno parla di un atteggiamento di difesa da parte delle forze dell’ordine, forse un po’ remissivo nei confronti dei violenti.

Probabilmente sarà stato l’effetto della paura di una nuova-Genova, forse l’espressione di un disagio degli stessi poliziotti, vittime anche loro della crisi.

“A essere organizzati erano organizzati  – spiega Di Sante – Fondamentalmente  si erano preparati  a coprire gli obiettivi sensibili come il Parlamento e i palazzi del potere”.

Obiettivi considerati sin dall’inizio inaccessibili, con buona pace dei manifestanti italiani, gli unici in Europa a cui non è stato possibile raggiungere il Parlamento.

In fatto di organizzazione, agli occhi dei coordinatori pescaresi, chi si è fatta cogliere impreparata è stata soprattutto la Digos, che proprio in questi giorni sta indagando anche in Abruzzo sui responsabili delle devastazioni romane.

“Mi sembra impossibile – sostiene Daniela Santroni dell’associazione Movimentazioni – che la Digos non sapesse niente di questa gente che da mesi stava preparando una vera e propria guerriglia urbana”.

Con le indagini che coinvolgono anche una provincia abruzzese viene spontaneo pensare a possibili black block anche in altre province.

“Per quanto riguarda Pescara – continua la Santroni – non credo che ci siano ragazzi coinvolti, per lo meno non tra quelli che frequentano i movimenti,  tuttavia non esiterei a pensare alle curve degli stadi come una possibile palestra di addestramento”.

L’ex consigliere regionale di Rifondazione afferma di aver visto a Roma ragazzini che facevano la guerriglia come se fosse il loro “pane quotidiano”. “Quali potrebbero essere oggi, se non gli stadi, le sedi di iniziazione a simili pratiche?”, conclude?

Della giornata di sabato restano tante testimonianze e tante immagini, tante parole e tante opinioni.

Una cosa su tutte, però, pervade i cuori e gli animi degli Indignati pescaresi,  la rabbia e il rammarico per non aver potuto concludere la loro protesta.

Ma la mobilitazione non finisce qui. “Il 15 ottobre è stato solo l’inizio”, conclude Di Sante.

Gli indignados non si fermano e stanno già mettendo a punto le loro strategie. Nei prossimi giorni saranno organizzate assemblee e incontri pubblici.

È la risposta a un bisogno di certezze e a una voglia di democrazia che è più forte di ogni violenza.