L’AQUILA – “Sono arrivato a mezzogiorno con un panino, sapendo che la fila cresce in fretta. Pensavo di essere furbo. Quando arrivo, ci sono già trentanove furbi prima di me. Davanti a me, un contadino bangladese guarda le foto di alcune pecore che sta cercando di comprare per la sua famiglia nel suo paese con il telefonino. Dietro di me, una giovane fisica indiana che sta facendo il post dottorato. Mi racconta che anche lei chiama quasi ogni giorno, manda Pec, e non riceve risposta”.
Sono solo alcuni passaggi di una lettera, firmata, arrivata a questa redazione, di un cittadino “temporaneo” extracomunitario, che da tempo vive in Abruzzo, nell’Aquilano, e che si era recato in Questura all’Aquila per avere informazioni sulla scadenza del suo permesso di soggiorno e le pratiche da fare per rinnovarlo. L’uomo, che ha alle spalle in altri Paesi del mondo importanti esperienze lavorative e persona dal livello di istruzione molto elevata, qui in Italia ancora senza un contratto utile per la cittadinanza, chiede l’anonimato.
“Il mio vuole essere solo un sommesso suggerimento a meglio organizzare un servizio burocratico che è di grande importanza per i cittadini precari e temporanei come me”.
Sulla via del ritorno a casa questa la sua riflessione, “il mio desiderio di appartenenza e di accettazione è collettivo, non è soltanto mio. Era lì, disperso tra noi, nei nostri occhi pieni di polvere, nei documenti piegati nelle tasche, nelle telefonate senza risposta, nei corpi che cercavano soltanto un posto legittimo dove stare”. (f.t.)
IN FILA PER UN PERMESSSO
Credo di essermi appena contato come trentottesimo in questa fila, con almeno altre venti persone dietro di me.
Il martedì e il giovedì, dalle 15 alle 17, sono gli unici momenti in cui è possibile controllare lo stato del mio permesso di soggiorno, dato che la Questura non risponde né alle PEC né alle telefonate.
Ho mandato email due volte a settimana per due mesi e ho chiamato quasi ogni giorno. Dalle 15 alle 17 è quindi la mia, la nostra, finestra di possibilità.
Sono arrivato a mezzogiorno con un panino, sapendo che la fila cresce in fretta. Pensavo di essere furbo. Quando arrivo, ci sono già trentanove furbi prima di me.
Forti raffiche di vento ci sbattono in faccia una miscela di terra, cenere e minuscoli sassolini d’asfalto. Il mio panino si rovina. Parlo con le persone accanto a me mentre si puliscono gli occhi da queste tempeste improvvise.
Davanti a me, un contadino bangladese guarda le foto di alcune pecore che sta cercando di comprare per la sua famiglia nel suo paese con il telefonino.
Dietro di me, una giovane fisica indiana che sta facendo il post dottorato. Mi racconta che anche lei chiama quasi ogni giorno, manda Pec, e non riceve risposta. Ci sorridiamo con compassione, sapendo che non siamo solo noi. Per un istante ci sentiamo meno soli.
Siamo tutti esposti in quella rotonda con volti esausti. Qualcuno passa in macchina e urla, “vendo il mio passaporto!”, poi lancia una lattina di Fanta verso la fila. La dottoressa in fisica mi chiede che cosa abbiano detto. Le rispondo che ci hanno augurato buona fortuna.
Sono le 15. I cancelli si aprono e fanno entrare quindici persone. La parte anteriore della fila si schiaccia, si deforma, diventa confusa. Gli agenti chiedono di rimettersi in fila, ancora e ancora. Alcuni non capiscono. Non cambia nulla.
A un certo punto chiedo alla fisica di tenermi il posto e cammino brevemente verso l’inizio della fila, per capire perché stiano urlando così tanto. Davanti, tutti spingono per entrare, con un documento in una mano e una speranza che brucia nell’altra.
Poi torno al mio posto e noto che il resto della fila è annoiato, chino sui telefoni. Intravedo gli schermi e vedo dita che scorrono su Tinder, Instagram, TikTok, Pum Pim, Ton Ton, e altri stupidi social media. Almeno qualcuno sta guadagnando mentre noi restiamo in fila.
A differenza di me, alcune di queste persone si presentano ogni giorno, aspettano per ore, e poi vengono respinte. Arriva una volante di rinforzo e scendono tre agenti per ristabilire la fila, perché davanti si è formato un ammasso di corpi.
“Se non vi mettete in fila chiudiamo le porte e chiudiamo per oggi!”, urla un agente.
Non sono riuscito ad arrivare allo sportello. Sarà per un’altra volta. Sulla via del ritorno, rifletto su come il mio desiderio di appartenenza e di accettazione è collettivo, non è soltanto mio. Era lì, disperso tra noi, nei nostri occhi pieni di polvere, nei documenti piegati nelle tasche, nelle telefonate senza risposta, nei corpi che cercavano soltanto un posto legittimo dove stare.
Penso che domani proverò ad arrivare prima e tenterò di nuovo la fortuna. Sto pensando di fare un cartello con scritto, “per favore mettetevi in fila così anche noi dietro abbiamo una possibilità di entrare”, tradotto in diverse lingue, e di attaccarlo alla porta. Forse lo farò con una canzone. Chissà. Meglio pensare in modo creativo quando si è nel limbo.






