L’AQUILA – Insegnare ai bambini a metabolizzare il dolore, la perdita di case e persone amate con il gioco, la fantasia e il dialogo.
È stato il grande e complesso lavoro svolto da tante insegnanti aquilane che dopo il terremoto del 6 aprile 2009 si sono trovate a dover “ricostruire” la fiducia e la spensieratezza nel cuore dei bambini, donne e uomini di domani.
“È stato un lavoro molto complesso perché ci siamo trovate a dover spiegare ai bambini dai 3 ai 13 anni il concetto di mancanza di case, oggetti e persone che prima facevano parte della loro vita”, racconta Silvia Frezza, insegnante della scuola primaria della frazione di Sassa, che fa parte dell’istituto comprensivo ‘Gianni Rodari’.
Attraverso tanti progetti e laboratori messi in campo dalla scuola, alcuni dei quali in collaborazione con Save The Children, i bambini hanno avuto modo “di metabolizzare ed elaborare questa sciagura – spiega la Frezza – hanno espresso il loro disagio, lo sconforto, lo smarrimento che nei più piccoli si manifestava con atteggiamenti di chiusura, capricci e pianti. Parlare vuol dire esorcizzare il dolore, metterlo dietro le spalle”.
Un percorso difficile, quello che ha visto bambini e insegnanti fianco a fianco nell’affrontare una tragedia comune, sostenuti nel loro cammino anche da équipe di psicologi provenienti da Roma.
Subito dopo il sisma, infatti, le lezioni sono riprese sotto quattro grandi tende di fortuna attrezzate a campo scuola con 513 alunni dai 3 ai 18 anni.
Una situazione di emergenza interamente gestita dalle insegnanti.
“Facevamo lezioni e laboratori in questi tendoni dove c’erano tavoli enormi e ovviamente all’inizio una gran confusione. Abbiamo però ritrovato l’equilibrio, anche se precario e preparato anche alcuni studenti agli esami di terza media e alla maturità – ricorda – Anche per noi maestre è stato molto difficile, ma siamo state aiutate da tante associazioni locali e nazionali”.
“Save The Children ci ha fatto un corso di formazione insegnandoci le tecniche da utilizzare soprattutto per l’allenamento emotivo e i percorsi di cittadinanza attiva che potessero rendere i bambini protagonisti, mettendoli in contatto diretto con una realtà sì tragica, ma che era anche una sfida per il futuro”, aggiunge.
Un lavoro lungo e certosino, quello delle insegnanti che hanno ricostruito passo dopo passo insieme ai bambini il significato di “città e casa”, partendo dal gioco, dalla manualità e dalla fantasia.
“Abbiamo avviato con loro il progetto della casa per fargli costruire con un cartone o dipingere con colori ciò che ricordavano degli interni delle loro abitazioni – afferma la Frezza – Subito dopo abbiamo lavorato al progetto della valigia e gli abbiamo chiesto di raccontarci cosa avrebbero portato con sé se fossero stati costretti ad abbandonare un luog: molti bambini avrebbero portato i loro giochi, i libri delle favole, le foto della loro famiglia e degli amici. Qualcuno ci ha anche chiesto di portare la mamma”.
Essenziali i laboratori nei quali ogni giorno i bambini hanno lavorato, misurandosi con le proprie capacità.
“Grazie ai laboratori hanno acquisito consapevolezza, responsabilità e impegno e messo in pratica nella vita reale le nozioni che hanno imparato a scuola – sottolinea – In questo modo hanno acquistato sicurezza”.
Sette anni difficili per studenti e insegnanti, passati dapprima dentro le tende e poi nei Moduli scolastici provvisori (Map) dove tuttora si trova l’istituto di Sassa.
Da tre anni a questa parte la Onlus Action Aid collabora con l’istituto Gianni Rodari promuovendo dei percorsi di cittadinanza attiva legati alla ricostruzione scolastica, mediazione linguistica e al rugby come strumento contro gli stereotipi di genere.
“Abbiamo cercato di lavorare molto da un punto di vista emotivo: attraverso le emozioni infatti si sviluppa l’ insegnamento non solo quello delle singole materie, ma anche quello che li sosterrà per la vita – aggiunge – Dal aprile 2009 noi insegnanti non ci siamo fermate mai e lavoriamo in trincea, in una realtà che tuttora esiste, e cioè nei container”.
“I bambini di oggi sono bambini sereni che guardano al futuro e parlano in prospettiva – conclude la Frezza – E ogni giorno noi maestre siamo vicine a loro in questo processo di rinascita”.



