PESCARA – La gara ciclistica più amata, il Giro d’Italia, negli anni dell’immediato dopoguerra ebbe come cronista d’eccezione Indro Montanelli che per due volte, nel 1947 e nel 1948, si trovò a passare in Abruzzo al seguito della carovana dei corridori, facendo tappa a Pescara. Giro che quest’anno è tornato ad attraversare la regione, tornando dopo 28 anni a Roccaraso (L’Aquila).
Il giornalista e saggista italiano percorse le vie e i luoghi di quella terra capace “di resistere anche a D’Annunzio” come la definì in una delle sue cronache sportive.
In qualità di inviato speciale del Corriere della Sera, di cui fu importante firma per circa quarant’anni prima di passare a dirigere per altri vent’anni il Giornale da lui fondato, Montanelli riuscì a sottolineare con ironia nei suoi resoconti l’aria da “eterna domenica” che il Giro d’Italia era capace di portare anche in quei posti dimenticati e lontani dal fragore delle grandi città.
Raccontò gli aspetti nascosti, gli occhi sorpresi della gente al passaggio di un tale fiume di personaggi, auto, giornalisti, radiocronisti così inusuale per quei paesini tranquilli e sperduti dell’Abruzzo interno.
Nei suoi resoconti abruzzesi del Giro d’Italia c’erano i tratturi, i pastori fermi a bivaccare tra le pecore che stavano conducendo dalla Puglia alle montagne per l’estate, c’erano le strade ancora sterrate tra Vasto (Chieti) e Pescara e le automobili in testa ai grupponi che sollevavano nuvole di polvere, e le forature e le cadute dei ciclisti; c’erano le promesse di Fausto Coppi che annunciava alla sua squadra, la Bianchi, di voler sfruttare il percorso favorevole fino al confine con le Marche, per attaccare l’eterno rivale Gino Bartali, salvo poi restare fedele alla sua tattica di attesa.
C’era anche Giovannino Corrieri, oggi novantaseienne, gregario di Bartali, che a Pescara nel giugno del 1947, poco prima della partenza per la tappa successiva fino a Cesenatico, fece a pugni con Oreste Conte suo avversario, pare per questioni legate ai premi in denaro nei traguardi intermedi di tappa.
Come descrisse Montanelli “una parola tira l’altra e ambedue tirano i pugni”.
Episodi, curiosità, stralci di vita quotidiana raccolti dall’occhio attento di Indro, che scontava così il suo ‘purgatorio’: salvato come giornalista dall’essere epurato nel dopoguerra, fu relegato alle pagine minori come la critica cinematografica o le cronache sportive.
Pagava il periodo in cui era a favore del regime fascista salvo poi esserne perseguitato e scampare alla pena di morte con la fuga in Svizzera.
Pagava le lotte anticomuniste, sotto pseudonimo, dalle pagine del settimanale Candido di quel Giovannino Guareschi padre dei ben noti Peppone e Don Camillo.
Le cronache della corsa della maglia rosa erano cronache del Paese, e Montanelli, nonostante i divieti, la politica non riusciva proprio ad evitarla: traspariva dalle descrizioni, dai racconti, da quel quadro dell’Italia nascosta dipinto secondo la sua personalissima opinione, tralasciando l’obiettività dovuta ad un giornalista che secondo lo stesso Montanelli “è la panzana più grossa che mi sia capitato di sentire sul nostro mestiere”.
Traspariva, la politica, dal suo raccontare le differenze abissali, quasi fossero “due civiltà” diverse, dice, tra la vicina Roma caput mundi e una terra aspra e chiusa come solo l’Abruzzo sapeva e sa ancora essere, “la sola terra d’Italia dove i lupi circolino ancora per le strade dei villaggi, vestiti da uomini, e il serpente possa insinuarsi nei letti delle ragazze per sedurle”, scriveva.
Così, il 22 maggio 1948, salendo per Monte Bove presso Carsoli (L’Aquila) fino al valico di Forca Caruso, confine tra la terra del Fucino e la Valle Peligna, ad accogliere Coppi che vinse in volata il gran premio della montagna, c’erano le parole ingenue e schiette di un vecchio del posto che commentò “a me sembra che vanno piano”; poi il diluvio, nella discesa verso Popoli (Pescara) dove uno dei corridori agli ultimi posti in classifica, tale Antonio Bevilacqua, prese lo slancio e restò in testa fino al traguardo di Pescara tra le urla dei tifosi increduli, sotto uno striscione che riportava “la città di D’Annunzio saluta i corridori”.
“Cosa insolita – affermò Montanelli – riabilitare il cantore abruzzese da parte dell’amministrazione ‘rossa’ cittadina”.
Il Giro d’Italia è passato anche all’Aquila, quest’anno, 70 anni dopo, tra cantieri, ponteggi, case nuove, seminuove e ancora distrutte, su strade asfaltate per l’occasione: chissà in che modo lo avrebbe descritto Indro Montanelli!






