L’AQUILA – Credo quia absurdum, diceva Tertulliano. E quasi sempre sbagliava.

C’è qualcosa nella vicenda di Lance Armstrong che trascende lo sport e ci tocca da vicino, una specie di nemesi collettiva, uno sguardo di medusa che ci fissa dallo specchio di casa; com’è possibile, vien da chiedersi, che la nostra passione riesca a produrre un simile scempio?

Riassumiamo prima di tirare una riga. Armstrong è un talento precoce del ciclismo ma nel 1996, a 25 anni, gli viene diagnosticato un tumore ai testicoli con 14 metastasi sparse fra addome, polmoni e cervello; i medici gli comunicano che ha il cinquanta per cento di probabilità di salvezza; in realtà non sono più di quindici; è praticamente spacciato. Lui invece guarisce, torna a correre e vince 7 volte di fila il Tour de France,evento mai accaduto prima e pressoché irripetibile. Diventa un’icona di dimensioni planetarie, è amico di George W. Bush e Barack Obama, fonda la Livestrong che raccoglie milioni di dollari per la lotta alla malattia.

Non è più un uomo, e neppure uno straordinario atleta senza confini: è l’incarnazione stessa della speranza e della forza di volontà, è come se i sogni avessero d’un tratto un volto tangibile, un corpo e una maglia gialla, il colore della luce. Ora la maxi inchiesta dell’Usada (l’agenzia antidoping americana riuscita laddove l’Europa ha sempre fallito) ci svela che questa storia è falsa, che Armstrong assumeva con continuità massicce dosi di farmaci dopanti, che aveva il sangue truccato.

Lui stesso, dopo anni di querele, processi, smentite e minacce, ha vuotato il sacco fetido in tv, davanti al microfono dell’opulenta Oprah Winfrey.

La sensazione è strana, sospesa; la prima parola che viene in mente, la più grave, è tradimento. Ecco i bambini calvi nelle corsie d’ospedale che gridano,sventolando le sue foto, merci Lance. Tradimento. Ecco l’emozione che il cowboy, ritornato indietro dalle più tenebrose contrade, suscitava scattando in salita, divorando avversari e cronometro. Tradimento. Un tradimento che, al di là del ciclismo (pur colpito a morte), ferisce nel profondo. Può un uomo, scampato per miracolo al destino, ficcarsi in un turbine di pratiche illecite e malsane per vil brama di gloria e di vittoria? Sì, può.

Fin qui, in breve, la storia del texano. Adesso però occorre discernere, non confondere un male con il Male, non fermarsi al disgusto e nemmeno al cinismo cui giocoforza siamo abituati, quello che ci spinge a dire che tanto lo si sapeva, tanto è così che funziona. È forse inevitabile ma non basta.

Armstrong non è un mostro sorto dal nulla. Ha sfruttato meglio di chiunque altro, per una serie di circostanze uniche, un meccanismo che esisteva prima di lui e che, sotto altre forme, potrebbe esistere tuttora (uso un condizionale prossimo alla certezza).

Il doping, come il demonio nel mito del Faust, è una minaccia sempre incombente sul dorato mondo dello sport; troppi soldi; troppi interessi; troppo ego.

Credo che dentro a un episodio tanto vasto e ramificato, capace d’investire e travolgere le più diverse regioni della morale, etica, onestà, pulizia, verità, trasparenza, eroismo, illusione, arrivismo, falsità, doppiezza, ingiustizia, prepotenza, disillusione, si possa realmente ripartire solo dal luogo più intimo di ciascuno di noi.

Lo sport esiste finché siamo noi a volerlo; lo sport è una locomotiva che per viaggiare ha bisogno del nostro carburante, e il nostro carburante è l’entusiasmo, e l’entusiasmo è roba delicata, da maneggiare con cautela a dispetto dei santoni della medicina, del marketing e degli sponsor. Chi di noi crederà sul serio al prossimo vincitore del Tour de France? Chi crederà al prossimo record olimpico? Alla prossima impresa nell’atletica leggera? Al prossimo sbalorditivo primato? Cos’è la fede se non la fragile e magnifica capacità di confidare, per una volta almeno, nell’assurdo?

E cosa c’è di più crudele d’una fede mal riposta, d’una gioia violata? Armstrong, senza retorica e senza sconti, ha sconfitto un’infermità terribile ma non ha saputo fare altrettanto con la bulimia da successo,la scimmia acquattata sulla spalla del nostro tempo; la sua determinazione è divenuta il suo maleficio; la sua risolutezza il boia che gli ha mozzato il capo.

La sua luciferina parabola riflette la parte più inquieta e inquietante di quest’epoca. Penso non solo allo sport ma a un’intera configurazione di mondo, penso alla politica e all’economia, all’industria e alla finanza, penso a tutto un enorme e tentacolare sistema che ci schiaccia e ci manipola, che ci convince che alcune cose orribilmente sbagliate non solo sono necessarie ma persino ordinarie, naturali.

Un’epoca che ha sepolto in qualche luogo oscuro la scintilla che ci rende umani.

Adesso però ritroviamo quel luogo. Ritroviamoci.

* scrittore e intellettuale aquilano