L’AQUILA – “A diciassette mesi dall’insediamento, dopo la “Marcia su Roma” delle camicie nere del 28 ottobre 1922, il Governo di Benito Mussolini, cercava legittimazione alle elezioni del 6 aprile ’24. Fra le regioni maggiormente fornitrici di quadri e manipoli fascisti, l’Abruzzo, fu “laboratorio” dell’assegnazione di due terzi di seggi al partito vincente con almeno il 25% dei suffragi, tale sistema plebiscitario (senza diritto di voto i militari e le donne), a firma del barone Giacomo Acerbo di Loreto Aprutino (Pescara), il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri”. Lo scrive in una lunga nota lo storico e professore aquilano, Enrico Cavalli, alla vigilia dei 102 anni esatti dall’assassinio di Giacomo Matteotti avvenuto il 10 giugno 2024, nel rievocare quel momenti e ricordando i diversi ruoli degli abruzzesi.

“La legge acerbiana, agevolò vittoria del “listone governativo”, che nel “collegio” dell’Aquila, vide riuscire a deputati i gerarchi Oreste Cimoroni, Adelchi Serena (Ministro e Segretario del Partito Nazionale Fascista tra il 1939-41), invece, per le opposizioni, la riuscita di Emidio Lopardi per il Partito Socialista Unitario, costituito nell’ottobre 1922, dai riformisti alla Filippo Turati, Enrico Gonzales, Giacomo Matteotti, contrari al Partito Socialista Italiano proteso ad unirsi col Partito Comunista D’Italia e sorto a Livorno per separazione dal PSI., nel gennaio’21. Lopardi, che vide sua abitazione aquilana in Via Barete, invasa da squadristi (poi, “redarguiti” per l’intemerato atto dal Direttorio fascista aquilano) il 22 novembre1922, e, che prese in proporzione più voti di Turati a Milano nel’24, si era già avvicinato al rodigino segretario del PSU., Matteotti, allorquando, questi, girò elettoralmente l’Abruzzo, fra Roccaraso, Pescara, Francavilla Al Mare, Chieti nel’21, e, accogliendo come apprendista il teatino e togato Ettore Troilo, futuro colonnello della Brigata partigiana “Majella” (per inciso, l’”unica” accettata dagli Alleati); in virtù di questo rapporto, Lopardi, fornisce dati sullo squadrismo abruzzese a Matteotti, che ne usò per la sua denuncia alla Camera dei Deputati il 30 maggio’24, di brogli e violenze elettorali”.

“A questo clamoroso gesto parlamentare, il “leader” pisuista, avrebbe fatto seguitare la divulgazione, secondo letture postume, di compromissioni fra multinazionali straniere e parti della massoneria e politicantato nazionale: nella “Ceka Nera” (il contraltare propagandistico della sovietica “GPU”), organizzata da Aldo Finzi (ebreo, “ex” primissimo sottosegretario di Mussolini, sarà ucciso alle Fosse Ardeatine nel’44), Cesare Rossi, Giovanni Marinelli, maturava il sequestro di Matteotti, per impetrarsi il “favor”, perché indispettito, da Matteotti, del Duce, che, però, non diede ordini ufficiali in tal senso; l’efferato rapimento avvenne a Roma il 10 giugno 1924, per mano degli squadristi Amerigo Dumini, Albino Volpi, Amleto Poveromo, Giuseppe Viola, Augusto Malacria, Filippo Panzeri, Aldo Putat e l’austriaco Otto Thierschald. Il drammatico episodio scosse il Paese ed il 22 giugno 1924, trapela “notizia” dell’uccisione di Matteotti, la di cui commemorazione fu organizzata nazionalmente da Lopardi ed inevitabilmente sottoposto a maggiori “attenzioni” dal regime. Al ritrovamento in “Quartarella” di Riano presso Roma il 16 agosto 1924, del corpo di Matteotti (probabilmente, soppresso, all’atto del rapimento), vacillava, il “gabinetto” Mussolini, che per superare la “crisi”, dimissionò l’”ex” quadrumviro e capo della Pubblica Sicurezza e Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, il lombardo Emilio DeBono (con un peso “decisivo” al Gran Consiglio del Fascismo il 25 luglio 1943, tanto da essere fucilato come “traditore” a Verona nel gennaio 1944); DeBono, fu l’iniziale imputato dell’omicidio politico, essendone, informato, subito, da Dumini, all’Alta Corte di Giustizia del Senato, per una sua contiguità con squadristi al dicastero del “Viminale”; i partiti antifascisti in protesta usciti dal Parlamento “illegale” ed isolatisi nel loro ”Aventino”, causa divisioni ideologiche (non poche le pregiudiziali massimaliste verso il Partito Popolare di don Luigi Sturzo), non sfruttarono l’occasione di un Duce messo all’angolo dai grandi giornali liberali italiani e certo non incoraggiato a poseguire da ambienti di Casa Savoia”.

“L’opinione pubblica, mutava d’avviso, sia per l’uccisione il 12 settembre’24, del deputato del listone ed “ex” segretario del Partito Repubblicano, il forlivese Armando Casalini ad opera di un militante comunista, sia per un vento positivo in economia nazionale, al punto che l’“eroe di Pola” nella Grande Guerra il medico teatino Raffaele Paolucci, incitò a riprendere il controllo della situazione, Mussolini. Il Duce, alla sua visita in Abruzzo, specialmente, all’Aquila nell’ottobre 1924, tornava a Palazzo Venezia, “rinfrancato”, preparando il pronunciamento del 3 gennaio’25, laddove, messe “fuorilegge” le opposizioni, iniziava la dittatura, in Italia”.