SULMONA – ”…e che la vita che m’ero veduta dinanzi libera libera libera, non fosse in fondo che una illusione, la quale non poteva ridursi in realtà, se non superficialissimamente”.
Ribolle di significati, ai tempi del coronavirus, questa frase del Fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello, libro che sta leggendo Roberta, 44 anni, napoletana trapiantata in Abruzzo, lavoratrice a partita iva, infaticabile educatrice ambientale, organizzatrice di eventi e iniziative, ora che è chiusa nella sua casa nella di Sulmona, fu patria di Ovidio, assieme alla figlioletta, al confino che le ha imposto la pandemia.
Una sua cara amica le ha raccontato in chat che in questi giorni di domicilio coatto, sta approfittando anche lei per leggere un libro, ora che non dovrà andare in ufficio, in attesa dell’attivazione dello smart working.
Ma c’è una differenza di fondo: l’amica ha un contratto stabile, e lo stipendio, seppur certo non principesco, gli arriverà lo stesso.
Roberta, invece oltre a leggere, deve anche dar di conto, visto che, azzerate le collaborazioni causa forza maggiore, teme davvero che finiti i pochi risparmi, non avrà di che campare.
“Poche ore prima del decreto del presidente del Consiglio che aveva disposto, giustamente, la chiusura delle scuole fino al 4 aprile – racconta Roberta -, ho partecipato ad una riunione nella sede del Parco nazionale della Majella con i rappresentanti delle associazioni e cooperative che svolgono varie attività nel campo del turismo, dell’ambiente della cultura. Quello che faccio anche io con la mia associazione. Il precedente decreto aveva già cancellato le gite e le attività didattiche con le scuole. Ovvero la principale occasione di lavoro per tutte queste realtà, da cui dipende buona parte dell’incasso annuale. E’ un’attività stagionale, infatti, che come imposto dai piani didattici, può svolgersi esclusivamente da marzo alla prima settimana di maggio. Per quest’anno, insomma, il treno è perso”.
Ma quello che è più grave, prosegue Roberta, è che “buona parte dei lavoratori non sono assunti, con un contratto, sono a partita iva, come me, collaboratori esterni, o che hanno contratti di collaborazione occasionale”.
Lavoratori insomma senza nessun ammortizzatore sociale, senza nessun diritto, come ferie e malattia pagate, e che rischiano di non avere nessun ristoro nel decreto allo studio del governo per mettere una pezza al possibile tracollo dell’economia a causa dello tsunami coronavirus.
Invisibili, come l’Adriano Meis, fu Mattia Pascal, “vivo per la morte, morto per la vita”.
“Sono bastate due settimane di emergenza coronavirus – prosegue Roberta -, per vedermi annullare due laboratori didattici, e dovrò con ogni probabilità rinunciare anche altre attività pianificate. Quei lavori rappresentavano il mio stipendio mensile, che dunque si è volatilizzato e non lo recupererò. Sono una mamma che ha un lavoro precario, e se non mangio io, non mangia nemmeno mia figlia. Ora sto meditando di accedere al microcredito di Banca etica, su cui ho il conto corrente”.
“Parlavo in chat con una mia amica, l’altro giorno – prosegue Roberta -. Mi ha raccontato che in questi giorni di riposo forzato si sta finalmente rilassando, dopo un periodo difficilissimo, riprendendosi in mano la vita. Ma lei lo stipendio continuerà ad averlo, lavorerà a distanza. E poi avrà tempo per leggere. Ecco, per il bene che voglio alla mia amica, per quanto sia felice di quello che mi raccontato, mi è salita la rabbia in corpo. Questa emergenza sta evidenziando quello che è a tutti noto: la profonda iniquità del mondo del lavoro. Questa storia deve finire, non ci deve essere chi brilla come un faro, e chi resta nella penombra come un lumino. Basta invisibili, siamo tutti lavoratori, tutti diamo un contributo alla società, al bene comune, al pil e alla bellezza. L’attività degli operatori ambientali e culturali a partita iva, ad esempio, è fondamentale per l’offerta turistica del Parco della Majella, orvvero per l’intera economia locale”.
La figlia, mentre la madre è al telefono, sta uscendo di casa dopo essersi preparata lo zaino di tutto punto. Vuole andare a giocare con gli amichetti del quartiere nei prati dove la città cede il passo alla campagna. La madre la riprende, a malincuore, e gli spiega che che c’è un gioco fantastico da fare in casa, e di pazientare un attimo.
C’è un altro libro che Roberta ha ripreso in mano, come molti italiani in questi giorni, almeno di quella minoranza che legge: è il Decameron di Boccaccio.
“Il libro narra di un gruppo di giovani, sette donne e tre uomini, che per dieci giorni si trattengono fuori da Firenze per sfuggire alla peste nera del ‘300 che dimezzò la popolazione europea. E a turno si raccontano delle novelle. Un po’ come stiamo facendo noi in questi giorni, con altri strumenti, più tecnologici. Mia nonna, che vive a Napoli, ha 96 anni: sta imparando ad usare internet con l’aiuto di mia zia. Oggi mi arriva un messaggio: sta organizzando un canale internet, o una cosa del genere, in cui sintonizzarci, tutti alla stessa ora, così lei potrà raccontare la storia della nostra famiglia, con aneddoti vari, fin dove arriverà la sua memoria. Ci stiamo di nuovo raccontando, ed è l’occasione per accrescere la consapevolezza. La mia generazione è cresciuta ad esempio con la convinzione che il mondo occidentale fosse la metà del mondo invincibile, ricca, immune da guerre e miseria, malattie e pestilenze, in una certa misura come la Firenze di Boccaccio. Ora, nel giro di un paio di settimane, ci riscopriamo anche noi l’altra metà del mondo, fragile e precaria”.



