L’AQUILA – Confusione, casi poco trasparanti, disparità di trattamento, speculazione, mancanza di regole certe: è in arrivo il caos “casette”.

Sulla governance della ricostruzione, in particolare sul commissario delegato e sui sindaci dei Comuni del “cratere”, in testa quello dell’Aquila (o del commissario, se Massimo Cialente confermerà le dimissioni), sta infatti per abbattersi un’altra emergenza che racchiude problematiche pianificatorie, sociali ed economiche.

Esploderà presto, in tutta la sua complessa gravità, il fenomeno dei manufatti provvisori, autorizzati per 36 mesi, costruiti a scopo abitativo, pubblico o produttivo dopo il sisma del 6 aprile 2009, anche su terreni con destinazione d’uso agricolo per dare una soluzione al problema abitativo, soprattutto in riferimento alle case “E”, le più danneggiate.

Manufatti che, stando alle disposizioni ispirate dall’ordinanza della presidenza del Consiglio dei ministri e recepita dalle amministrazioni del “cratere”, anche se non tutte per le verità, devono essere smantellati alla scadenza dei tre anni o, in caso contrario, dopo aver ottenuto proroghe legate allo stato di emergenza. Quindi una scadenza non lontana.

LE CIFRE ELOQUENTI

I numeri mettono paura: secondo una stima sarebbero circa 4 mila, di cui 3 mila nel comune dell’Aquila, le strutture fatte realizzare da cittadini, imprenditori e anche amministratori pubblici per trovare una soluzione ai danni causati dal sisma che hanno reso inagibili migliaia di edifici, principalmente abitazioni.

E il dato più preoccupante è che di questi solo il 50 per cento, quindi 2 mila realizzazioni, di cui ben 1.500 nel comune dell’Aquila, sarebbe “rintracciabile” in quanto alle amministrazioni è prevenuta una domanda; gli altri 2 mila manufatti, di cui circa 1.500 nel territorio dell’Aquila, non sarebbero stati accompagnati dal modulo per la richiesta dell’installazione di manufatti temporanei e sarebbero quindi abusivi.

C’è da dire che, dopo una battaglia molto dura del consigliere del Partito democratico Vincenzo Rivera, che ha denunciato l’abusivismo, il Comune dell’Aquila ha ritirato la contestata delibera.

Sia come sia, a poco più di un anno dalla scadenza dei 36 mesi il fenomeno è allarmante, non solo per i casi di speculazione, anche se secondo alcune stime la maggior parte dei cittadini avrebbe agito in maniera razionale su territori che sarebbero comunque in zone soggette a espansione urbanistica compatibile con la costruzione; ma soprattutto perché gli amministratori e il commissario per la ricostruzione sembrano fare finta di niente.

E invece il fenomeno è molto complesso da leggere e deve essere affrontato con un approfondimento a 360 gradi.

Tutto questo, partendo dal presupposto che il legislatore dovrà intervenire di nuovo perché non è pensabile che tutte le circa 4 mila strutture possano essere smantellate.

Non si potrà dire a cittadini, già in ginocchio per il terremoto, che hanno tirato fuori cifre anche importanti, si calcola che gli investimenti complessivamente ammontino a 250 milioni di euro, subito dopo il dramma del sisma e che saranno stati per cinque, sei, sette anni nelle case provvisorie senza avere alcuna assistenza dallo Stato, di smantellare la propria abitazione “temporanea”.

LA NECESSITA’ DI FARE CHIAREZZA

Certo la speculazione deve essere bandita e perseguita ma, naturalmente in casi ben precisi, va adottata una sanatoria.

E comunque si deve sottolineare che di manufatti “abusivi” si potrà parlare solo dopo la scadenza dei tre anni alla luce del dettame dell’ordinanza della presidenza del Consiglio, che non specifica oltretutto né le dimensioni né tecnologie o materiali costruttivi.

D’altra parte, non assicura certo il rispetto delle regole il solo intervento della magistratura che, attivata da esposti, nei comuni, soprattutto da parte delle minoranze, ha proceduto ad aprire inchieste e sequestrare manufatti provvisori: questa è senz’altro giustizia sommaria e, di conseguenza, disparità di trattamento perché si potrebbe scoprire che i casi oggetto delle attenzioni della Procura sono in regola e tanti, non oggetto di indagine, irregolari.

Ribadiamo: l’abusivismo e la speculazione vanno combattuti e, a tale proposito, può essere senz’altro uno strumento efficace l’inchiesta della procura che sta indagando, anche con l’ausilio di immagini aeree, per scovare le situazioni irregolari.

Ma prima di tutto servono, e con urgenza, norme che chiariscano la complessa questione che allo stato si presenta come un’autentica giungla. Non a caso, da Comune a Comune ci sono quadri completamente diversi.

Una situazione aggravata dall’incompetenza amministrativa e dalla confusione che stanno caratterizzando coloro che dovrebbero assicurare la governance della ricostruzione.

In tal senso, oltre al commissario per la ricostruzione, Gianni Chiodi, non sta offrendo un contribuito all’altezza neanche la struttura tecnica di missione, guidata dall’architetto Gaetano Fontana, organismo che deve coadiuvare il commissario anche per tematiche urbanistiche, che non ha dato finora indicazioni utili ai sindaci e alla soluzione di questa emergenza. (b.s.)

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