MILANO – Qualsiasi appassionato di Bruce Springsteen sa benissimo del suo splendido rapporto con il pubblico europeo, ma i concerti allo stadio ‘San Siro’ di Milano, hanno sempre rappresentato una storia a parte: in questo caso il feeling diventa semplicemente simbiosi.

Sono passati ben 28 anni dal suo primo concerto in Italia, naturalmente a San Siro, ma l’emozione è sempre quella della prima volta.

Bruce e la E-Street Band non fanno in tempo a salire sul palco, che dalla tribuna e dalla ‘piccionaia’ si alzano cartelli bianchi, rossi e verdi a formare una scritta che richiama un verso di Born to Run.

Il Boss e Miami Steve ci mettono qualche secondo a capirla, ma quando le telecamere la riprendono per intero si può leggere un enorme Our love is real che fa esplodere in un boato i sessantamila e più che affollano lo stadio.

Bruce apprezza, si vede, e saluta lo stadio con il suo “Grazie Mille! Ti amo San Siro! Ti amo Milano! Ti amo Italia!” e imbracciando la chitarra intona Land of Hope and Dreams come opening-track della serata davanti alla folla adorante.

L’atmosfera è rovente già dalle prime battute e Springsteen fa capire che sarà indimenticabile, continuando con My Love Will Not Let You Down e Out in the Street appoggiato da un impressionante ‘Mighty’ Max Weinberg alla batteria.

Con il pubblico ancora intento a cantare gli ultimi cori della canzone, Bruce si fa avanti sulla passerella per raccogliere i cartelli con su scritte le richieste del pubblico presente nel pit e regala, tra le altre, una fantastica cover di Little Richard: Long Tall Sally.

Dopo aver suonato Wrecking Ball, title-track del tour, Bruce abbassa il ritmo proponendo i due classici immortali Atlantic City e The River per poi fermarsi a parlare un momento con il pubblico. Ricorda la prima volta che è stato a San Siro nel 1985 durante il tour di Born in the Usa (aprì il concerto proprio con quella canzone che, come tutte le sue canzoni, ha fatto storia) e decide di omaggiare Milano riproponendo l’intero album pezzo per pezzo.

Per un artista qualsiasi, rivelare la propria scaletta in anticipo non può che portare ad un concerto disastroso, ma il pubblico di San Siro accompagna Bruce durante tutto l’album andando in visibilio per una semplicemente fantastica I’m Goin’ Down, una Dancing in the Dark durante la quale invita svariate ragazze (ed un ragazzo!) a ballare sul palco con la band ed una My Hometown da pelle d’oca.

Già questo varrebbe il prezzo del biglietto, ma il Boss continua imperterrito a suonare e cantare per un’ora abbondante altri 11 pezzi con un finale in crescendo: una toccante cover di This Land is Your Land, l’immancabile Born to Run che manda in visibilio tutto lo stadio ed una Tenth Avenue Freeze-Out che lo fa letteralmente esplodere, la canzone storica sulla quale presentava la band, quando l’ultimo ad essere introdotto al pubblico era sempre il compianto ‘Big Man’ Clarence Clemons, ma dalla sua morte nel giugno di due anni fa era diventata una canzone tributo all’enorme sassofonista di Norfolk.

Bruce torna a presentare l’E-Street band su quel pezzo e, durante l’assolo di sax ora interpretato da Jack, nipote di Big Man, vengono proiettate sugli schermi foto e video della storica spalla di Bruce mentre San Siro gli tributa una meritatissima ovazione.

Il concerto volge al termine, ma nell’aria c’è un’energia che si respira solo nelle grandi occasioni, quindi Bruce attacca l’immancabile cover di Twist and Shout e conclude regalando un’altra perla, Shout, sentita ultimamente in Norvegia ma mai regalata al pubblico Italiano.

Il Boss saluta e ringrazia uno ad uno i sedici componenti della band che escono ringraziando il pubblico, ma San Siro sembra non averne abbastanza ed implora Bruce per un ultimo saluto. Stremato da 3 ore e mezzo di concerto, lui non sembra affatto sorpreso e prende sorridendo chitarra ed armonica.

Finale epico con una Thunder Road acustica cantata da tutto lo stadio con la tacita promessa di rivedersi per il sesto appuntamento di una storia d’amore che non avrà mai fine.