Da Alfonso De Amicis, storico esponente aquilano della sinistra di classe, riceviamo e pubblichiamo.

L’AQUILA – L’agenda delle riforme del liberalismo economico intraprese tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 del secolo scorso pose le basi per rompere la rigidità della forza lavoro e spezzare le reni ai sindacati. Le riforme spaziavano dalla liberalizzazione dei mercati finanziari allo smantellamento delle prestazioni sociali, dalle privatizzazioni sociali fino alle regole per il nuovo mercato del lavoro.

Il liberalismo sfruttò consapevolmente le nuove tecnologie e la globalizzazione per spostare i processi produttivi in quei Paesi emergenti per dare il colpo finale alla forza e alla capacità organizzativa a quella classe operaia che per decenni aveva ottenuto un salario sociale globale di classe mai toccato nella storia.

Nei primi anni ’90, il sindacato in tutto l’Occidente pose momenti di resistenza e organizzazione capaci di rallentare lo tsunami del neo-capitalismo finanziarizzato. Tuttavia quest’ultimo, per scardinare definitivamente il movimento operaio, seguendo l’indicazione del gramsciano concetto di egemonia, cercò di piazzare suoi uomini e modi di agire e pensare dentro i sindacati e le organizzazioni del lavoro. ù

Fu un vero successo. E fu così che i vecchi sindacati da Trade Union dei partiti di sinistra divennero il cavallo di Troia della cultura delle imprese. Invece di tanti Di Vittorio, ci si trovò davanti a manager del mondo del lavoro.

Fu facile passare da un mondo solido, per dirla con Bauman, ad un mondo liquido, gassoso, dove il lavoratore è stato costretto a prendere le forme e la precarietà che le filiere produttive mondializzate richiedevano. Da posto sicuro, facilmente si è passati alla paura costante di venire sostituiti da forze lavoro sempre più giovani e più in forma. Quando il corpo ti abbandona vieni subito buttato fuori. E i cosiddetti datori di lavoro alzano sempre più la cresta e pretendono, come fosse cosa ovvia, che il dipendente in caso di malattia si metta in ferie.

E di fronte alla miseria di molti salari, c’è chi si aggrappa al reddito di cittadinanza e allora, senza vergogna, tutti giù a lamentarsi di un piccolo provvedimento a tutela dei più poveri. Come abbiamo visto c’è stata e c’è materia sociale di sfruttamento, quindi di condizioni di classe per organizzare mobilitazioni scioperi a difesa di un modo del lavoro sempre più polverizzato, precarizzato, diviso, ma la rappresentanza non è più nelle mani delle vecchie organizzazioni sindacali, bensì in settori particolari che hanno delle difficoltà nel rappresentare questo mondo, venendo ostacolati anche da una repressione governativa feroce, praticamente di stampo ottocentesco.

Le sigle sindacali sono ormai divenute concertative e buone solo a firmare ciò che indicano le organizzazioni padronali e le raccomandazioni che arrivano da Banca centrale europea e Commissione europea. Perché le sigle sindacali e i suoi dirigenti sono cooptati in questo mondo che ha fatto del lavoro uno scempio infinito e totale.

Per cui a qualsiasi sigla si appartiene, si passa facilmente dal sindacato a dirigere una municipalizzata o qualche ente statale di prestigio o addirittura ad uno scranno in Parlamento. Così non fa più scandalo che un Epifani o una Camusso transitino da segretari generali della Cgil a deputati del Partito democratico; così non può fare scandalo se all’Aquila c’è chi si getta tra le braccia di una sinistra legata al capitale come la destra che dice di voler combattere, in una conferma della totale subalternità al progetto neoliberista. Così frullano nella mente ulteriori cattivi pensieri. Anzi, a pensarci bene non tanto cattivi, quanto reali e irriverenti per questa specie di classe dirigente.

Cosa hanno di sociale di solidarietà, di coesione, le organizzazioni sindacali? E cosa ha di sinistra o di progressista, di funzioni Costituzionali, un partito (Sic) come il Pd? Il vero scandalo non è Camusso che aspira a divenire deputata, quanto ancora i tanti, i troppi che continuano a considerare un Pd “democratico” solo perché si è così definito. Da solo, ovviamente.