L’AQUILA . Il Comitato Vittime dell’hotel Rigopiano, dove morirono il 9 gennaio 29 persone, esprime piena solidarietà ai famigliari delle vittime del sisma dell’Aquila del 6 aprile 2009, citati in giudizio dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, che rivuole indietro gli oltre 8 milioni di euro di risarcimento, che gli furono riconosciuti al termine del processo di primo grado sulla Commissione grandi Rischi. Ora non più dovuti, visto che le due sentenze successive, prima della Corte d’appello e poi della Cassazione, hanno ribaltatato il verdetto e assolvendo tutti gli imputati, tranne uno.
Contro le richieste del Governo si scagliano anche il capogruppo del Partito democratico in consiglio comunale Tonino De Paolis e il segretario cittadino Stefano Albano che esprimono solidarietà ai parenti delle vittime che si preparano a una nuova lunga battaglia legale, per l’udienza già fissata per il 24 luglio al tribunale civile dell’Aquila. Il Pd chiede una soluzione “politica”
“Anche loro, come noi – scrivono in una nota i parenti delle vittime di Rigopiano – sono vittime di uno stato assente, insensibile e cieco nei confronti di quelle famiglie che si sono viste privare già degli affetti dei propri cari, e adesso si vedono chiamate a restituire quell’ormai piccola ed insignificante consolazione che hanno ricevuto. Insieme a loro siamo profondamente indignati per quanto uno stato sia in grado di abbandonare coloro che sono vittime dell’incompetenza dello stato stesso. Comitato Vittime di Rigopiano. Cogliamo l’occasione nel ringraziarvi per l’aiuto nel far sentire la nostra voce”.
Sulla stessa linea in Pd aquilano.
“Lo Stato che chiede indietro i risarcimenti riconosciuti ai parenti delle vittime – si legge in una nota a firma di Albano e De Paolis – lo Stato che arriva a citarli in giudizio aggiungendo dolore a dolore. Crediamo che ci siano francamente tutte le condizioni per affermare che si sia passato il segno. All’errore va posta una soluzione politica, per questo chiediamo a nome del Pd aquilano un intervento diretto del presidente del Consiglio. Se le fredde istanze giuridiche hanno potuto produrre un mostro del genere, spetta al buon senso, all’autorevolezza e alla capacità di mediazione della politica porvi rimedio”.
Il 22 ottobre 2012, va ricordato, i sette componenti della commissione, organo scientifico divulgativo della Presidenza del Consiglio, sono stati condannati a 6 anni di carcere ciascuno per omicidio e lesioni colpose.
Con sentenza numero 380 del 2012, depositata il 18 gennaio 2013, il Tribunale penale di L’Aquila condannò la presidenza del Consiglio dei ministri nella qualità di responsabile civile, ed in via solidale con gli imputati, al pagamento di provvisionale immediatamente esecutiva..
Imputati Franco Barberi, allora presidente vicario della commissione; Bernardo De Bernardinis, già vice capo del settore tecnico del dipartimento di Protezione civile; Enzo Boschi, all’epoca presidente dell’Istituto nazionale di Geofisica e vulcanologia; Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti; Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto C.a.s.e.; Claudio Eva, ordinario di fisica all’Università di Genova e Mauro Dolce, direttore dell’ufficio rischio sismico di Protezione civile.
L’accusa era di aver rassicurato la popolazione, dopo la riunione del 31 marzo 2009 a L’Aquila, a pochi giorni dalla catastrofe e dei lutti, sottolineando che non c’erano pericoli, e per aver sottovalutato il rischio di un grave terremoto.
Tutti colpevoli e risarcimenti immediatamente esecutivi, liquidati “entro 90 giorni a prescindere dalle eventuali e future cause civili”: le provvisionali furono stabilite dal giudice del Tribunale dell’Aquila, Marco Billi.
Ma il 10 novembre 2014, in appello, 6 dei luminari alla sbarra sono stati assolti, dal collegio presieduto dal giudice Fabrizia Francabandera. Condanna a due anni di carcere soltanto per De Bernardinis, braccio destro dell’allora capo della Protezione civile, Guido Bertolaso. La Corte, oltre a ribaltare il verdetto, ha anche falcidiato la stragrande maggioranza delle parti civili precedentemente ammesse e riconosciute. Il 20 novembre 2015 la Cassazione ha confermato la sentenza d’Appello.
Lo Stato, dopo la sentenza di secondo grado, subito è andato all’assalto delle parti civili “tagliate” dai giudici. Con più lettere, Franco Gabrielli, ex prefetto dell’Aquila, allora capo della Protezione civile e ora capo della Polizia, ha intimato la restituzione dei soldi elargiti. Anche con atti “di messa in mora e intimazione di pagamento”.
“Alla luce della pronuncia della Corte d’appello del 12 novembre 2014, in parziale riforma della prima sentenza si invita e si diffida – scriveva Gabrielli – alla restituzione delle somme percepite e a corrispondere, senza indugio, … Il versamento dovra’ essere effettuato mediante bonifico a favore della Banca d’Italia… sul conto corrente… intestato alla Presidenza del Consiglio dei ministri”.
La maggior parte dei familiari delle vittime, indignata, non ha dato seguito alle raccomandate a firma di Gabrielli.



