L’AQUILA – “Io rassicurai la mia famiglia, fino all’una meno un quarto di quella notte. Mi ero convinto, in base anche alle determinazioni della commissione Grandi rischi, che non ci sarebbero state scosse forti. Che la magnitudo non sarebbe stata tale da provocare la catastrofe che poi è accaduta. Avevo convinto me stesso e quella notte rassicurai tutti, tra cui anche mia figlia”.

Pacato, carico di dolore e molto dettagliato. Questo il tono della testimonianza del giornalista aquilano Giustino Parisse, capo servizio della redazione dell’Aquila del quotidiano Il Centro, ascoltato oggi nell’ambito del processo alla commissione Grandi rischi.

Nonostante la tragedia che l’ha colpito nel sisma del 2009, Parisse ha perso i due figli adolescenti e il padre, il cronista non ha mai perso la calma, tranne quando ha chiesto “al giudice, al pm e alle parti di evitare i nomi: fate riferimento a ‘figlio’ e ‘figlia’”.

Nella lunga testimonianza ha rievocato tutto il periodo dello sciame sismico, cominciato alla fine del 2008 e fino alla scossa delle 3.32. Un periodo vissuto da un punto di vista privilegiato, quello di guida di una redazione che aveva accesso “a un flusso continuo di informazioni: non dovevo aspettare il telegiornale la sera per sapere”.

“Ogni minuto – ha aggiunto – c’erano notizie che arrivavano. Dalla riunione della commissione ebbi la certezza, che mi veniva dal fatto che fosse composta da scienziati, che avevano comunicato all’esterno una rassicurazione alla popolazione: lo sciame c’è, L’Aquila è zona sismica, però non c’è nessun elemento che ci possa far pensare a una scossa forte”.

Delicatissimo il racconto della morte del figlio del cronista, ricordato istante dopo istante. “Di fronte a un ammasso nero di cemento, legno, pietre, polvere, e la voce di mio figlio che gridava ‘Papà, papà!’. Saltai sulle macerie gridando ‘Adesso arrivo’, ma non sapevo nemmeno che fare. Mi resi conto che sopra le macerie c’era un enorme cordolo di cemento per cui non c’era più nulla da fare”.

Il tono e l’intensità del racconto e delle domande dei pm, sia Fabio Picuti che Roberta D’Avolio hanno interrogato il teste, hanno provocato la vibrata protesta di uno degli avvocati della difesa, Marcello Melandri, che difende l’imputato Enzo Boschi.

“Qui – ha tuonato – dobbiamo appurare il nesso di causalità e gli stiamo chiedendo da tre ore cose che non servono a niente. Tutto quello che ha detto, oltre a far soffrire ancora di più lui, che rilevanza ha? Qui facciamo gli avvocati e i giudici, non la cronaca. E questo non lo volete capire”.

Il giudice Marco Billi ha ascolto lo sfogo ma ha respinto tutte le contestazioni formali, facendo continuare l’interrogatorio. Stimolato da Picuti a precisare cosa fosse cambiato in lui dopo la riunione della Cgr, Parisse ha aggiunto che “mi sono sentito rassicurato ed ero certo che non ci sarebbero state scosse più forti da arrivare a una catastrofe. Di questo rassicuravo la mia famiglia”, ha concluso con amarezza.

Quanto ai mutamenti del suo comportamento dopo la riunione, “Il 30 marzo (scossa prima della riunione, ndr) uscii di casa e rimanemmo fuori. Quella notte, invece – ha aggiunto il giornalista – non invitai né me stesso né i miei familiari a uscire perché ero sicuro che non potessero accadere altre scosse catastrofiche”.

Un altro momento caldo c’è stato quando si è scatenato un dibattito sull’attacco di un articolo scritto da Parisse e pubblicato il 1° aprile 2009. “Alzi la mano quell’aquilano che da 48 ore non ha cambiato un po’ le sue abitudini di vita. Nulla di drammatico, per carità, ma è inutile negare quella sensazione di disagio, quel rigirarsi nel letto cercando di prendere sonno e con un piede fuori dalle coperte pronto a scappare non si sa bene dove”.

Quando il pm Picuti ha chiesto al teste di riferire questa frase a un “gruppo o numero preciso di persone”, perché “del fatto che il giornale sia un porto di mare dove tutti arrivano e tutti chiamano, come da lei affermato, processualmente non so che farmene”, si è scatenato un altro battibecco tra le difese, in particolare gli avvocati Melandri e Alfredo Biondi, e l’avvocato di parte civile Attilio Cecchini.

Nel finale della testimonianza, rispondendo a una domanda dell’avvocato di Stato, Massimo Giannuzzi, Parisse ha chiarito il senso della denuncia presentata nei confronti della Cgr.

“Personalmente non ho nulla contro i componenti di quella commissione, qualcuno di loro l’ho anche conosciuto dopo, ma mi interessa dal punto di vista storico che questa vicenda venga chiarita fino in fondo anche dal punto di vista della responsabilità penale. Da questo processo non mi aspetto nulla, quello che ho perso l’ho perso il 6 aprile e nessuno me lo ridarà”. (alb.or.)