L’AQUILA – Comincerà nei primi giorni di ottobre il processo di Appello ai 7 scienziati componenti della commissione Grandi rischi, organo scientifico consultivo della presidenza del Consiglio, condannati in primo grado a 6 anni di carcere per omicidio colposo e lesioni con l’accusa di aver dato false rassicurazioni agli aquilani alla vigilia del terremoto del 6 aprile 2009, causando la morte di una trentina di loro.
È quanto apprende AbruzzoWeb da fonti giudiziarie, che svelano come, replicando il ritmo serrato del processo di primo grado celebrato dal giudice Marco Billi, anche in secondo grado le tappe saranno forzate: si svolgeranno infatti almeno due udienze a settimana, con l’obiettivo di chiudere i giochi entro la fine dello stesso mese di ottobre.
Si tratta dell’attesissimo secondo atto di un processo che ha assunto rilevanza internazionale diventando il più importante tra gli oltre 200 filoni aperti dalla procura della Repubblica dell’Aquila dopo il sisma per indagare su cause e possibili responsabili dei crolli che hanno portato a 309 vittime dopo la scossa delle 3.32.
Quello alla Grandi rischi è un processo finito su tutti i giornali nazionali e anche su riviste specialistiche estere come Science e Nature, bollato come “processo alla scienza”, con il frettoloso sunto di alcuni organi di informazione che ha trasformato l’accusa per i sette esperti da “mancata prevenzione” a “mancata previsione”.
“Condannati per non essere dei maghi”, il titolo di un quotidiano dopo la sentenza che ha suscitato la rivolta della comunità sismologica internazionale e che ora gli avvocati difensori cercheranno di smantellare.
I primi ricorsi in Appello erano stati presentati dagli avvocati difensori oltre dodici mesi fa, il 1° marzo 2013: i tempi tecnici della Corte hanno portato a fissare l’udienza più di un anno e mezzo dopo. Ancora incerto, a oggi, il giorno dell’esordio, in attesa che venga calendarizzata la prima udienza e cominciate a inviare le notifiche ai legali dei sette condannati.
L’obiettivo delle difese, al cui interno ci sono anche “principi del foro” già noti per processi d’importanza nazionale, sarà smantellare il “nesso causale” tra il comportamento della commissione e le azioni degli aquilani, che il tribunale ha ritenuto dimostrato nella gran parte dei casi, decretando che 29 persone sono morte dopo essere state rassicurate dagli esiti di quella riunione.
Un processo che “sfida il diritto penale contemporaneo per tornare a quello medievale”, aveva detto uno degli avvocati, Filippo Dinacci, che assiste Bernardo De Bernardinis e anche Guido Bertolaso in una delle “code” di questo filone principale; “Il giudice ha fatto il pubblico ministero, il complemento. Anzi, il supplemento”, aveva rincarato Alfredo Biondi, ex ministro della Giustizia e legale di Claudio Eva.
Recriminazioni che, il prossimo autunno, avranno l’opportunità di trasformare in fatti lanciando l’assalto al castello accusatorio dei pm Fabio Picuti e Roberta D’Avolio e alla sentenza del giudice Billi.
L’organo consultivo della presidenza del Consiglio è stato condannato nella sua composizione del 2009 per aver compiuto analisi superficiali e aver dato false rassicurazioni agli aquilani prima del 6 aprile 2009, causando la morte di 29 persone.
Originata dall’esposto di un avvocato aquilano, Antonio Valentini, per conto di alcuni familiari delle vittime del sisma, l’inchiesta è divenuta di pubblico dominio il 3 giugno 2010 con l’emissione di sette avvisi di garanzia.
Il 10 dicembre 2010 l’esordio in aula per l’udienza preliminare, conclusa con il rinvio a giudizio per tutti; il 20 settembre 2011 la prima udienza dibattimentale, con il giudice Billi che ha imposto un ritmo veloce, spesso un appuntamento a settimana.
Ecco perché dopo un anno e un mese, un tempo considerato record per un dibattimento così delicato, il 22 ottobre 2012 è arrivata la sentenza di primo grado, esplicitata dal magistrato in 950 pagine di motivazioni il 18 gennaio 2013 (mentre 500 erano le pagine della requisitoria scritta dei pubblici ministeri Fabio Picuti e Roberta D’Avolio).
Definito spesso “processo alla scienza” (erroneamente secondo l’accusa), questo dibattimento ha avuto una rilevanza internazionale, seguito dai media di tutto il mondo e anche da riviste scientifiche estere.
Nelle udienze davanti al giudice Marco Billi sono sfilati quasi 300 testimoni tra quelli dell’accusa, chiamati dai pm Fabio Picuti e Roberta D’Avolio, e quelli di parte civile e delle difese. Nelle deposizioni i familiari e amici di vittime del sisma hanno sottolineato che i loro congiunti, spaventati dalle scosse fino al 31 marzo di due anni fa, hanno poi cambiato atteggiamento dopo i tranquillizzanti messaggi diffusi dalla Grandi rischi dopo la riunione del 31 marzo 2009.
Una tesi rifiutata dalle difese, che annoveravano principi del foro come gli avvocati Alfredo Biondi, ex ministro della Giustizia, o Marcello Melandri, già impegnato in processi come Fastweb e Gea. Tra gli avvocati di parte civile più noti anche Giulia Bongiorno che, però, non ha mai partecipato di persona.
I condannati in primo grado a sei anni di reclusione per omicidio colposo e lesioni personali colpose sono Franco Barberi, all’epoca presidente vicario della commissione Grandi rischi, Bernardo De Bernardinis (l’unico che è stato sempre presente in aula in tutte le udienze), già vice capo del settore tecnico del dipartimento di Protezione civile, Enzo Boschi, all’epoca presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti, Gian Michele Calvi, direttore di Eucentre e responsabile del progetto C.a.s.e., Claudio Eva, ordinario di fisica all’Università di Genova e Mauro Dolce, direttore dell’ufficio rischio sismico di Protezione civile.





