L’AQUILA – Ha creato grandissimo scalpore la foto pubblicata da AbruzzoWeb nella quale due ragazzi si fanno ritrarre in pose scherzose all’Aquila, in corso Vittorio Emanuele, su un mezzo militare usato per il pattugliamento della zona colpita dal violento terremoto del 2009.

Qualificandosi come tale, attraverso Facebook la ragazza della foto ha scritto in privato e con educazione al cronista che ha curato il pezzo sulla fotografia, segnalata da un lettore a questo giornale, e ha contestato l’articolo.

La giovane ha inoltre chiarito ogni dubbio: a spuntare dietro il parabrezza sono la testa e il braccio di due ragazzi del 33° reggimento Acqui, che quindi erano nel veicolo quando è stata scattata l’immagine.

Un’informazione di cui AbruzzoWeb non aveva prima la ragionevole certezza per scriverla, ed ecco spiegato l’uso del dubitativo “in assenza dei militari (almeno si spera)”. Ora si sa che i militari c’erano.

Interpellate inoltre da questo giornale, fonti del 33° non hanno voluto rilasciare dichiarazioni, sottolineando il positivo lavoro quotidiano dell’Esercito, peraltro mai messo in dubbio, e sperando che la vicenda possa chiudersi il più presto possibile.

“Le foto private – ha chiesto la giovane nel suo messaggio Facebook – possono essere pubblicate senza autorizzazione? A me risulta di no e da quel poco che so i visi si oscurano con il nero e non in quel modo. Poco mi importa dal momento che non devo nascondermi né vergognarmi, altrimenti non avresti trovato la foto in giro sul web. Ma non capisco il motivo di questo attacco”.

“Sai – ha aggiunto – io avrei interpretato la foto in modo diverso ma ognuno ragiona a modo suo, però la correttezza dovrebbe esserci sempre. Perché scrivere ‘in assenza dei militari’ quando dalla foto si vede benissimo che loro sono all’interno del mezzo? Non mi piace quando le cose vengono distorte a favore di non so cosa. Trovo ridicolo il tuo articolo e non so come te lo abbiano lasciato pubblicare. Ma dal momento che la foto non sei autorizzato a prenderla ti chiedo di rimuoverla.. Se vuoi scrivere articoli con attacchi gratuiti fai pure, ma per favore non utilizzare foto senza autorizzazione. Grazie e buon lavoro!”.

Innanzitutto, una foto di pubblico interesse può e deve essere pubblicata in rispetto del diritto di cronaca. Se c’è da scrivere di qualcuno che si fa immortalare su un mezzo di pattuglia in un centro storico terremotato, si prendono tutte le precauzioni necessarie e si scrive.

Volti oscurati, con la fascetta nera o sfocandoli purché non siano riconoscibili, foto a bassa risoluzione e di piccola taglia, nessun riferimento a nomi, cognomi, lavoro, eccetera. Proprio come si è fatto.

È per questo impossibile rimuovere la foto come chiede l’indignata protagonista, a cui va ricordato che nessuno l’ha mai invitata a nascondersi o a vergognarsi.

Se inoltre si ritiene “ridicolo” un articolo sarebbe corretto spiegare bene perché, senza mettere in mezzo pregiudizi e tifo da stadio come avvenuto in alcuni commenti. Non per onorare il giornalista, figuriamoci, bensì l’intelligenza di chi ha discusso e discute su ciò che il giornalista ha scritto. E sarebbe ancora meglio fare tutto questo dopo averlo letto attentamente, l’articolo. Anche più di una volta.

Allora, alla larga bacchettoni e falsi libertari: è il contesto della bravata che deve far riflettere e non la bravata in sé, sulla quale ognuno la pensa come vuole.

Si può essere d’accordo o meno con la scelta delle istituzioni di continuare ad affidare all’Esercito il compito di pattugliare il centro storico; non si può, non si dovrebbe, essere in disaccordo sul fatto che se i militari sono lì a lavorare, devono pensare soltanto a lavorare.

Sottolineando, dall’altra parte, che una foto del genere non è un delitto. E che da parte di questo giornale non c’è stata nessuna mancanza di rispetto nei confronti di chi si vede nella foto, né del 33° reggimento Acqui che, quando li merita, e l’archivio sta lì a dimostrarlo, di applausi ne prende eccome.