PESCARA – In un’Italia in cui il prodotto interno lordo arranca, l’Abruzzo ristagna nella parte bassa della classifica, con uno 0,5 per cento, in buona compagnia delle regioni meridionali.

A dirlo è l’ultimo rapporto del fondo monetario internazionale (Fmi), che restituisce la fotografia di un’Italia a tre velocità: se infatti la media nazionale della crescita prevista per il 2016 è dello 0,8 per cento, che la pone agli ultimi posti dei Paesi industrializzati, c’è chi sta messo meglio, chi così così, chi peggio. E l’Abruzzo rientra in questa terza fascia.

Regione leader è, infatti, l’Emilia Romagna, con un incremento dell’1,1 per cento, seguita da Lombardia (1 per cento), Lazio e Veneto (0,9 per cento).

Nella seconda fascia si trovano Toscana e Trentino alto adige (0,8), Valle d’Aosta, Piemonte, Umbria, Friuli Venezia Giulia (0,7 per cento), Marche e Puglia (0,6 per cento).

Nella terza fascia appunto l’Abruzzo, con un Pil allo 0,5, assieme a Molise, Campania, e Liguria. In fondo alla classifica Basilicata (0,4 per cento), Calabria e Sardegna (0,3 per cento).

Un barlume di speranza viene però dal Cresa, Centro regionale di studi e ricerche economico sociali istituito dalle Camere di commercio d’Abruzzo.

Nel diffondere i dati di una ricerca Prometeia, l’ente evidenzia infatti che, al di là delle classifiche, dopo tre anni di contrazione in Abruzzo si registra un ritorno alla crescita, con un incremento del Pil dello 0,2 per cento in linea con quella del Mezzogiorno.

“Un risultato modesto ma da apprezzare, che sembrerebbe mettere fine alla fase recessiva, in uno scenario nazionale di moderata ripresa”, è l’analisi.

Il Cresa ribadisce anche che a tirare la carretta dell’economia abruzzese e ad alzare il Pil sono ancora le vendite all’estero per gli autoveicoli e per i prodotti elettronici, ovvero il polo dell’Automotive della Val di Sangro, e le grandi industrie dell’elettronica.

E anche se in misura meno determinante, contribuiscono anche i settori dell’alimentare e del tessile-abbigliamento, che lentamente sta risalendo la china di una crisi profonda degli anni scorsi.

Punti deboli restano la crisi del’edilizia, a dispetto della ricostruzione post-sisma dell’Aquila, e la contrazione della domanda interna, anche a causa della disoccupazione, che nonostante piccolissime variazione percentuale positive di nuovi occupati, resta un fattore di generale impoverimento della regione.

C’è, in ultimo, da registrare una preoccupante contrazione della spesa pubblica a causa dei vincoli imposti dal rispetto del patto di stabilità.