PALERMO – Avrebbero tentato di divulgare, attraverso la pubblicazione su alcune testate giornalistiche on line, alcuni documenti ancora coperti da segreto investigativo e inerenti le indagini sulle fasi immediatamente successive all’arresto di Matteo Messina Denaro, rinchiuso nel carcere dell’Aquila, gravemente malato, e ieri condannato in appello all’ergastolo, inflitto già in primo grado, per le stragi del 1992. Tra gli indagati per ricettazione anche il noto giornalista Fabrizio Corona.
Nel corso della notte, in provincia di Trapani e a Milano, militari dei comandi provinciali di Palermo e Trapani, supportati dai Carabinieri del Comando Provinciale di Milano, hanno dato esecuzione a 2 ordinanze di custodia cautelare agli arresti domiciliari, disposte dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo su richiesta della locale Direzione distrettuale antimafia, per i reati di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, aggravato dalla funzione di pubblico ufficiale, rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio e ricettazione.
Nello stesso contesto, sono state effettuate delle perquisizioni, a Milano, sui luoghi nella disponibilità di un terzo indagato, in stato di libertà. Il provvedimento cautelare riguarda un maresciallo dei Carabinieri in servizio presso un comando Compagnia in provincia di Trapani, un consigliere comunale della medesima provincia, nonché Corona giornalista milanese e consegue a puntuali investigazioni, svolte dagli stessi Carabinieri di Trapani e Palermo, su una presunta fuga di notizie riservate, connesse alle fasi successive alla cattura del latitante Matteo Messina Denaro.
Gli indagati, secondo la ricostruzione investigativa dei carabinieri e della Procura della Repubblica di Palermo, condivisa dal Gip, avrebbero tentato di divulgare, attraverso la pubblicazione su alcune testate giornalistiche on-line, alcuni documenti ancora coperti da segreto investigativo e inerenti le indagini sulle fasi immediatamente successive all’arresto del latitante, verosimilmente carpiti dal maresciallo dei Carabinieri e ceduti da questi al consigliere comunale il quale, probabilmente a scopo di lucro, li avrebbe proposti in vendita al noto giornalista milanese, che avrebbe poi realizzato degli scoop.






