L’AQUILA – Alle dieci della sera, un silenzioso corteo si messo in cammino e fiaccole tremolanti hanno disegnato luci ed ombre sui volti e sui muri. E di luci e di ombre è tracciato il destino dell’Aquila, e dei cento paesi del cratere, dieci anni dopo quel 6 aprile del 2009, quando il terremoto abruzzese ha mietuto 309 vite.
A sottolineare il valore simbolico di questa lunga notte, che a suo modo segna un prima e un dopo, è voluto esserci anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Anche lui, con una fiaccola in mano, da via XX settembre a piazza Duomo. “Ci sono attese che vanno riempite di fatti. Abbiamo avuto in questa terra, nel corso dei secoli, terremoti devastanti. Ma qui la gente non si rassegna”, ha detto sottovoce al premier l’arcivescovo Giuseppe Petrocchi, davanti alla chiesa delle Anime sante. E Conte ha ascoltato in silenzio e a testa china.
Non è stata però, la fiaccolata della memoria, una passerella ad uso e consumo della politica. Come del resto non lo è mai stata. Troppo vero e troppo intenso il suo significato, per poter essere strumentalizzato.
La parola l’ha avuta il silenzio. E protagonisti sono stati gli aquilani, gli abruzzesi, gli sfollati di altri terremoti, le vittime di stragi impunite, le tante persone che da tutta Italia e oltre, hanno portato qui aiuto e solidarietà.
Lungo il cammino le luci e le ombre.
Il palazzo del Tribunale egregiamente ristrutturato e ampliato. E davanti ad esso un grande parcheggio multipiano che è un cantiere arrugginito da anni, bloccato nel pantano dei commi e dei cavilli.
Dall’altra parte della strada, l’area di porta Barete, dove sotto palazzacci dozzinali tirati su durante lo spensierato boom edilizio del dopoguerra, sono riemerse le antichissime vestigia della città medioevale. Ma dove l’ambizioso e auspicabile progetto di riqualificazione e di diradamento urbano, procede con estenuante lentezza.
Il corteo è sfilato poi tra palazzi ricostruiti, antichi e contemporanei, molto più belli e sicuri sismicamente di quanto lo fossero prima. Ma anche davanti al famigerato condominio di via fonte Preturo, un rudere che evoca scenari bellici, dov’era e come l’ha lasciato il sisma. A causa di feroci dissidi tra vicini di pianerottolo, e tra parte di essi e l’amministrazione comunale, che hanno fatto naufragare una sorta di masterplan, che prevedeva lo scambio di cubature e spazi commerciali privati, con una nuova piazza e un utilissimo parcheggio pubblico.
Ora quel palazzone bombardato è senz’altro lo sfondo ideale per inviati molto speciali, a cui preme raccontare solo le ombre, nella convinzione che facciano più audience, piegando la realtà al taglio della loro notizia.
Poi ancora più avanti, una delle tante chiese pericolanti e puntellate, consacrata a Francesco da Paola, il santo eremita che al re aragonese che volle tentarlo con un vassoio pieno di monete d’oro, rispose prendendone una e spezzandola. Ne fuoriuscì del sangue, quello degli ultimi che subiscono le angherie dei potenti.
Proprio di fronte, c’e uno dei tanti edifici pubblici pericolanti e solcati da profonde crepe, su cui è impossibile intervenire a causa anche qui dei lacoontici grovigli della burocrazia.
Alzando lo sguardo, decine e decine di gru svettano sopra i tetti della città nel cielo terso di una notte di primavera. Sulle facciate rimesse a nuovo dei palazzi, le tante, forse troppe finestre chiuse e buie. Ma anche balconi con i vasi di gerani, e stendini con i panni. Anche quelli, all’Aquila, assurgono a simbolo di rinascita.
Ha lambito, la paranza di luci, il palazzo dell’Emiciclo, un ex convento splendidamente ristrutturato, con tanto di dissuasori sismici, che ne fanno un motivo di vanto nel mondo.
Si è riflessa sulle vetrine dei negozi, che coraggiosamente hanno riaperto in un centro storico ancora solo parzialmente ripopolato. Ma anche sulle saracinesche abbassate, da chi invece ha pagato caro questo donchisciottesco slancio, ed è andato via, dopo aver appeso il cartello con sopra scritto “affittasi”.
Lungo il cammino i parenti e gli amici delle vittime hanno portato in processione le foto dei loro cari, che non ci sono più. Le luci e le ombre ne hanno accarezzano i volti sorridenti.
Come ogni anno accade, non sono riusciti a trattenere le lacrime quando si sono fermati alle stazioni della via crucis aquilana.
Il civico 123, il civico 79, lo spazio vuoto dove c’era la casa dello studente, via Campo di Fossa, solo per citarne alcune.
Ed in fondo questo e soltanto deve rimanere il significato della fiaccolata del 6 aprile.
Una notte nella quale una comunità sa condividere un dolore. Abbracciarsi e guardarsi negli occhi, invece di parlarsi male alle spalle. Essere solidale e unita, come lo è stata, in fin dei conti, durante i mesi nelle tendopoli, che solo qualche sociologo un pò somaro, ha potuto descrivere come una sorta di prigioni a cielo aperto.
Una comunità, soprattutto, che non dimentica chi in quella notte non ce l’ha fatta. Ucciso non da un terremoto, ma da manufatti umani che gli sono crollati addosso, perché costruiti da chi aveva dimenticato, per ignoranza, impotenza o per avidità, che la terra non resta immobile, è un organismo che freme di vita, nell’eterno circolo delle distruzioni e delle ricostruzioni.



