dal nostro inviato
KIEV – Scrivere che Kiev cambia faccia a ogni incrocio, a ogni curva, a ogni semaforo, è perfino banale per una metropoli con 4 milioni di abitanti stimati, eppure è proprio così.
Quante città ci sono dentro un unico groviglio di cose e di vite che insieme formano la Capitale dell’Ucraina, dove oggi sbarca finalmente l’Europeo atteso da anni? Si perde il conto a visitarla per una manciata di giorni, e viene il sospetto che neanche chi ci è nato e cresciuto possa rispondere con piena certezza, se all’ennesimo cambio di scenario, di disegno urbano, di atmosfera, ti confessano di non essere mai stati nella strada in cui sei capitato stavolta.
È una città enorme, Kiev, ma soprattutto è una città larga, ariosa. Le strade continuano a sembrare spaziose perfino quando c’è un traffico da grande raccordo anulare che rischia di farti perdere l’aereo, le piazze del centro sono gigantesche tanto quanto i dormitori della periferia, all’improvviso spunta un parco sconfinato in pieno tessuto urbano, non ci sono vicolacci o strettoie a meno che uno non se li vada proprio a cercare; governi diversi, in epoche diverse, l’hanno pensata e tirata su in scala maggiorata.
Proprio la zona più lontana dal centro, quella più vecchia e meno lussuosa, la meno scintillante, è al tempo spesso una delle visioni più spettacolose. Ci sono agglomerati di palazzoni alti quasi fino a venti piani che sono impossibili da immaginare senza vederli dal vivo, neanche una foto è sufficiente a rendere loro giustizia. Ogni quartiere è un micromondo a sé, la vita sembra essersi fermata agli anni Settanta, Ottanta, se non fosse per qualche Porsche Cayenne che fa capolino all’improvviso o qualche abitante della zona che si prepara alla serata vestito con abiti modaioli.
In queste periferie non c’è ricchezza ma c’è gente, c’è vita, quella che spesso in Italia non si vede più. Le mamme più o meno giovani vagano con i passeggini, una coppia si gode un pic nic con beata serenità nel bel mezzo dell’immancabile, gigantesco prato, i bambini giocano a pallone nei campetti polverosi, quelli più grandicelli si fanno il fisico con la panca e i pesi sistemati giusto accanto all’altalena.
E poi c’è il chiosco, seminascosto, se non te lo indicano potresti non accorgerti mai che sta lì. È un alimentari di quelli vecchia maniera, che da noi devono fare prezzi salatissimi oppure arrendersi al centro commerciale, ma non solo. È un punto di ritrovo, uomini di tutte le età si incontrano a chiacchierare, birra alla mano oppure no. Di chioschi ce ne possono essere anche due o tre nel giro di poche centinaia di metri, e sono sempre tutti pieni. Una marea di persone.
Dalla periferia al centro sembra un attimo: ovvio, da queste parti la guida sportiva è uno stile comune a grandi e piccini, a fuoriserie e utilitarie, le mitiche Zigulì. Si sfreccia per le strade di Kiev, tutti hanno poco tempo da perdere. Si sorpassa a destra, a sinistra, si suona, si impreca, con il semaforo rosso a un incrocio è concesso svoltare a destra piano piano, se ci riesci. Poco tempo da perdere. Cionondimeno, i controlli della polizia Stradale sono frequentissimi e severissimi. Ti puntano con il laser, rilevano e ti fanno fermare, non si scappa. Quando un’auto si accosta, i passeggeri scendono sempre dal lato interno, mai verso la strada altrimenti si alzano ululati d’allarme da parte di tassisti e guidatori: devono averne visti a decine di incauti falciati dall’ennesimo bolide.
Il centro non è uno, ci sono tanti centri. Un possibile punto di partenza è la funicolare, sempre pienissima, ma sopportare la fila può far risparmiare una bella sfacchinata tacco e suola sulla scalinata a fianco, tanto ripida quanto interminabile, capace di fiaccare quadricipiti annoiati perfino in discesa, figuriamoci in senso inverso. Dalla funicolare si può arrivare al centro più cool, quello dove davanti a un hotel gigantesco (l’unità di misura è sempre quella) può sfilarti davanti con noncuranza una Maybach, un’auto da mezzo milione di euro.
Il centro di piazza Maidan, la piazza dell’Indipendenza, quella della rivoluzione arancione del 2004, che ospita il mega palco per celebrare, l’ultima domenica di maggio, la festa della città e che quest’anno in particolare, l’Europeo finalmente arrivato, è arricchita da un mega pallone da calcio. Sul piazzale troneggia l’obelisco che termina con la statua dell’Arcangelo Michele, protettore della città. I suoi devoti più irriguardosi lo chiamano Batman con un sogghigno d’affetto.
Ma poi c’è tutto un altro centro, meno fashion e più istituzionale. Con il ministero degli Esteri che si fa annunciare anche qui da un colonnato a misura di titano, con i palazzi moderni vetro e acciaio che ospitano banche e centri commerciali. Anche qui ci sono torri altissime di abitazioni molto più costose ma sempre ad altezza cielo. Che dire della zona dove c’è la residenza presidenziale, palazzo Mariyinsky, una sorta di Buckingham Palace che si sta ristrutturando, mentre ha tutto un altro stile, austero e grigio, la palazzina dove c’è l’ufficio del presidente, in Vulytsia Bankova, giusto di fronte a una casa spettacolare, decorata con decine di Gargoyle grigiastri e minacciosi, realizzata dal geniale architetto Vladislav Gorodetsky. O ancora la sede della Verkhovna Rada, il parlamento ucraino dove si pestano anche, se necessario. In tutto questo, l’unico comune denominatore sono le grandi dimensioni.
C’è ancora il centro delle chiese, tutte celesti, tutte con le immancabili cupole a cipolla dorate che risplendono alla luce del sole. Vicino alla statua dell’eroe nazionale ucraino Bogdan Khmelnitsky, la cattedrale di Santa Sofia, o ancora la chiesa di Sant’Andrea, ma non solo. L’interno è caleidoscopio, la presenza dell’oro spicca dappertutto, come anche i colori vivaci degli affreschi che circondano ogni parete, ogni cappella, ogni altare, non c’è un solo metro quadrato di bianco.
Altro cambio di scena e ci si avvicina al maestoso fiume Dnepr, non sarà pulitissimo, dicono, ma quel color petrolio lo rende ancora più altero. Il fiume attraversa Kiev ma lo fa in tanti modi diversi. In alcuni punti sfiorando una spiaggetta selvaggia dove qualcuno a fine maggio già si azzarda a prendere il sole. In altri punti crea una specie di golfo e guardando questo scorcio accanto a un monumento delle vittime di guerra e con la skyline della città commerciale davanti agli occhi sembra quasi di trovarsi di fronte a una tipica cartolina statunitense.
Ma le sponde del Dnepr fungono da costa anche in una forma più turistica e sorprendente. Il lungofiume del weekend, quello pop e molto molto europeo, è quello dei localini con vista sull’acqua manco si fosse sul lungomare dell’Adriatico. Tavoli all’aperto, passeggio, anche qua centinaia di persone forse migliaia che si godono il sabato camminando con lentezza. Un sushi bar dopo un ristorante tipico dopo un locale all’italiana dopo un karaoke dove sfoggiare ugole d’oro, il golf club a far capire che questa è una zona dove la vita costa un po’ di più.
Sempre in pieno centro c’è lo stadio, gigantesco, monumentale, storico, su cui troneggiano una gigantografia e una statua bronzea a far capire da subito al visitatore che quello è il regno del colonnello Valerij Lobanovsky, che ha creato un mito, quello della Dinamo Kiev, e molti campioni, da Andrij Shevchenko a Serhij Rebrov a tanti altri. Un’arena caldissima incastonata pure questa all’interno dello scenario urbano, tanto che scavalcandola in salita si sfocia nell’ennesimo gigantesco spazio verde, Mariyinsky Park.
Si rischia di non finire più, ogni angolo di centro fa storia a sé. La metro che sembra portarti nelle viscere dell’inferno con due super scale mobili da centinaia di metri che si immergono nel sottosuolo, e invece alla fine esci a rivedere la luce del sole chiedendoti come diavolo è fatta questa città. Il viale con i mercatini di opere d’arte accatastati al centro manco ci si trovasse in una piazza romana, il parco (ci risiamo) adagiato su un declivio con installazioni d’arte moderna tra le più disparate, gattoni e volti realizzati a mosaico, fontanelle, bocche di pesce e così via, terreno di caccia ideale per una foto.
E poi c’è quella via antica e caratteristica, Andreyevskiy Spusk, che sembra ritagliata da un borgo e ricucita in uno dei tanti tentacoli della metropoli, quella che da un giorno all’altro passa da cantiere con la pavimentazione in rifacimento (i lavori di “remonta” sono stati e sono all’ordine del giorno, soprattutto in vista dell’Europeo) a prodotto finito con gli operai misteriosamente scomparsi. Discendendola si arriva alla casa natale di Michail Bulgakov ma non solo, appare a sorpresa un polo commerciale con un supermercato aperto anche a notte fonda e poi si risbuca nelle vicinanze di piazza Kontraktova, da cui si dirama una strada piena di ristoranti, dove puoi trovare dai piatti tipici all’immancabile sushi e perfino una pizza dignitosa, ammesso di non mischiare troppo gli ingredienti.
C’è tempo per vedere anche qualcosa dei dintorni della capitale, e gli scenari sono molto molto diversi. Il Monastero delle Grotte, Pecerska Lavra, una sorta di Montecassino della religione ortodossa, un’impensabile cittadella religiosa con decine di cunicoli sotterranei che ospitano delle nicchie con reliquie di santuomini. Si percorrono con una candelina accesa e i fedeli ogni tanto si fermano a pregare uno di questi religiosi di centinaia di anni fa.
E poi c’è la campagna, circondata di alberi e verde ovunque e che ha come tratto distintivo l’altezza. I palazzoni scompaiono, le case sono a uno, massimo due piani e affiancate da orti e giardini. Qui molti producono da sé il pane quotidiano e poco se ne importano dei palazzoni colossali e dei ritmi frenetici della vicina megalopoli.
Valigie pronte, un po’ di tristezza, il viaggio si chiude con un’usanza ucraina che merita di essere esportata. Un minuto seduti all’ingresso del posto dove si è stati ospiti. Si ripensa a quello che è stato, a quello che si è provato, si pensa senza fretta se si sta dimenticando qualcosa.
E poi si va. Ciao Kiev, mi sa che torno a trovarti.





