CHIETI – La lentezza ha un costo, come ricorda più volte il presidente della Regione Luciano D’Alfonso, a corollario della suggestione dell’Abruzzo facile e veloce.

Ne è una prova il Ciapi, ente di formazione partecipato al 100 per cento dalla Regione, uno degli enti  in forte crisi, e che ogni mese che passa vede crescere il debito di ben 100 mila euro.

La scorsa settimana un’ampia rappresentata dei 31 dipendenti sull’orlo della disperazione che vantano la bellezza di 30 stipendi arretrati non pagati, sono arrivati dalla sede di Chieti scalo in Consiglio regionale per parlare con il vicepresidente Giovanni Lolli.

Con loro Paolo Cacciagrano, memoria storica dell’ente e direttore del Ciapi anche lui a titolo gratuito suo malgrado. La persona giusta per capire la fenomenologia di una crisi profonda segnata da un debito di oltre 7,5 milioni di euro.

“La situazione al Ciapi sta diventando insostenibile – esordisce Cacciagrano – I 31 dipendenti sono da 30 mesi senza stipendio, ai più fortunato si fa per dire, è scaduta la cassa integrazione il 31 dicembre 2014”.

Al Ciapi però seppure a basso regime continua a lavorare, per non far morire l’ente, nella tenace speranza di una resurrezione.

Ma i soldi che entrano dai pochi corsi professionali attivi, “servono a pagare luce e acqua altre spese vive della sede di Chieti scalo, e dei locali che prediamo in affitto in altre città per fare i corsi”.

Il paradosso è che non potendo pagare gli stipendi il Ciapi non può presentare il Durc, il documento di regolarità contributiva, e così non può partecipare a bandi pubblici, europei in particolare, che garantirebbe finalmente delle entrate sostanziose e magari di pagare un po’ di stipendi e ridurre la montagna del debito.

Il Ciapi poi non ha più nemmeno un amministratore straordinario, con l’economista Giuseppe Mauro dimissionario da più un anno e in contenzioso con l’ente perché neanche lui pagato.

“Avendo le mani legate il debito aumenta, di 100 mila euro al mese – spiega Cacciagrano – e siamo già a 7,5 milioni di euro, per gi stipendi non pagati e tenuto conto che il debito che se si avvita, tra more e interessi, genera altro debito”.

Lecito chiedersi come sia stato possibile arrivare a questo punto.

“ La Regione – spiega innanzitutto Cacciagrano – dal 2009 non versa più i circa 620 mila euro di quota annuale, garantiti dal 2000. Gianni Chiodi è stato il primo a staccare la spina”.

Ma i soldi non sono arrivati neanche con il successore D’Alfonso. Sia Chiodi che D’Alfonso però hanno promesso piani di rilancio e di salvataggio, che non  si sono visti.

La crisi ha però origini più lontane.

“L’inizio della fine – spiega Cacciagrano  – è avvenuta nel 2000. C’era il problema di ricollocare i dipendenti di società di formazione private fallite. L’assessore regionale dei Comunisti Italiani Angelo Di Rosa, giunta Antonio Falconio, decise di ricollocare, su pressione dei sindacati, pochi mesi prima delle elezioni, 67 di questi lavoratori al Ciapi, che salì a 107 dipendenti. E fu da quel momento che la spesa esplose, perché le entrate erano sempre quelle, e la Regione non  aumentò il suo contributo”.

Al danno si aggiunse la beffa: nel 2006 ci fu il tentativo di licenziare un po’ di dipendenti, quelli più vicini alla pensione. Amministratore straordinario era diventato intanto lo stesso Di Rosa.

Il Ciapi, dopo un lungo contenzioso ha però perso le cause – informa Cacciagrano –  e invece di risparmiare, ha tirato fuori altri 2 milioni di euro in avvocati, risarcimenti e spese legali”.

Ora a seguito dei pre-pensionamenti e pensionamenti i dipendenti sono tornati pian piano ad essere una trentina. Ma il danno è stato già fatto.

Un barlume di speranza si è avuto con la giunta Chiodi, con il tentativo di trasformare l’ente in house, da partecipato al 100 per cento che era.

Per consentire alla Regione di dare commesse dirette, senza partecipare ai bandi. Non se ne è fatto però nulla.

Ed ora la Giunta D’Alfonso propone più o meno la stessa  ricetta. Nella speranza che la soluzione arrivi presto, perchè ogni mese di ritardo costa appunto 100 mila euro.