ROMA  –  E’ in corso l’attesa riunione tra il Comitato tecnico scientifico nazionale e la cabina di regia per l’emergenza Covid. A quanto si apprende, sul tavolo gli ultimi dati arrivati dalle regioni per il monitoraggio del contagio da coronavirus in Italia.

Riunione cruciale, perché potrebbe già cambiare, anzi è molto probabile, il “semaforo” delle regioni italiane, suddivise in gialle, arancioni e rosse in base al livello di rischio. Le nuove restrizioni sono scattate infatti appena venerdì scorso, giorno di entrata in vigore del dpcm firmato dal premier Conte il 3 novembre. ma il contagio continua a dilagare.  La ‘red list’ incombe su Campania, Veneto e Toscana che rischiano di abbandonare la zona gialla.

L’Abruzzo è regione gialla, ma non è escluso che possa passare a regione arancione, il che significherà divieto in qualsiasi orario del giorno o della notte di uscire dal proprio comune e dalla propria regione, salvo che per esigenze di lavoro, studio, salute e necessità, ovviamente da indicare sul modulo di autocertificazione, nonché chiusura di bar, ristoranti e pasticcerie h24, ad esclusione di catering e mense.

C’è chi però come il presidente della  Federazione nazionale degli Ordini dei Medici, Federico Anelli chiede con forza un lockdown generalizzato e totale, ovvero l’intero paese i zona rossa, altrimenti si avranno “10mila morti entro un mese”, oltre che alla paralisi totale del sistema sanitario, come evidenziato anche dai medici anestesisti, che lanciano il grido d’allarme sul progressivo esaurimento dei posti letto. Mentre Walter Ricciardi, consulente scientifico del ministro della Salute, parlando di situazione “drammatica, a volte tragica, in continuo peggioramento”, invoca il lockdown almeno nei grandi centri urbani, a cominciare da Milano, Genova, Torino e Napoli.

Tornando in Abruzzo, il Comitato regionale emergenza-urgenza chiederà al presidente della Regione Marco Marsilio di adottare misure più restrittive per alcune zone. La richiesta è stata compilata e inviata anche al Cts regionale che si riunirà domattina.

A quanto si apprende nel documento redatto verrà chiesto al vertice politico di adottare misure con particolare riguardo alle province di Teramo e L’Aquila, non propriamente delle zone rosse, ma limiti tra comuni e province, chiusure eventualmente di esercizi commerciali non indispensabili e aperture solo per negozi di prima necessità.

Interpellato dal quotidiano Il centro, Claudio D’Amario, direttore del dipartimento regionale alla Salute, spiega a questo proposito che “l’Abruzzo ha un indice Rt (rischio di trasmissibilità del virus) che potremmo definire medio. Siamo in attesa dei nuovi dati e della classificazione da parte del ministero della Salute, che sposterà qualche pedina, nello scenario nazionale. Non credo che, per noi, ci saranno novità: l’Abruzzo non dovrebbe slittare in fascia arancione. I numeri analizzati sono quelli relativi alla 25esima settimana, nel periodo che va dal 26 ottobre al primo novembre”.

Escluso invece che regioni rosse o arancioni riescano a scendere a un livello meno grave: per abbassare i livelli di rischio servono almeno due settimane di monitoraggio.

Al momento sono in fascia rossa – che prevede tra l’altro il divieto di ogni spostamento, anche all’interno del proprio Comune, in qualsiasi orario, la scuola in presenza solo fino alla prima media e la chiusura di negozi, bar e ristoranti – Calabria, Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, cui si aggiunge l’Alto Adige che si è autoproclamato ‘zona rossa’.

In fascia arancione, considerata “intermedia” e che prevede il divieto di spostamento tra una regione e tra un comune e l’altro, sono collocate Puglia e Sicilia.

Mentre in fascia gialla, che ha le misure restrittive valide in tutto il Paese (il “coprifuoco” dalle 22 alle 5, la chiusura di musei e mostre, la didattica a distanza alle superiori e la riduzione fino al 50% per il trasporto pubblico), sono tutte le altre: oltre all’Abruzzo, la Basilicata, Campania, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Marche, Molise, Provincia di Trento, Sardegna, Toscana, Umbria, Veneto. Su alcune di queste pende il giudizio degli esperti, che hanno sul tavolo i nuovi dati settimanali.

Il punto chiave della vicenda sono proprio i dati: sono 21 gli indicatori presi in esame dalla cabina di regia per attribuire i “colori”, ma la prima suddivisione, risalente appunto alla settimana scorsa, si fondava sui dati del monitoraggio della fine di ottobre. Troppi i numeri incompleti o in ritardo dalle Regioni. Lo stesso ritardo che ha fatto slittare la riunione, e la relativa decisione, prevista per la fine della scorsa settimana.

Da 6 mesi infatti (l’istituzione della cabina di regia risale al 4 maggio, alla fine del lockdown) gli esperti facevano il punto al massimo entro giovedì, per presentare i risultati del monitoraggio venerdì, di rado sabato.

Mentre il punto stampa al ministero di giovedì scorso non ha fornito i dati nuovi, limitandosi a spiegare che alcune regioni, soprattutto quelle a rischio più alto, “hanno un problema di stabilità del dato”, per via delle difficoltà “nella raccolta dei dati”, ha ammesso il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Silvio Brusaferro.

“Ci sono regioni come la Val d’Aosta – ha spiegato – che hanno difficoltà a raccogliere dati per un periodo consistente, il che porta secondo l’algoritmo definito a un rischio alto”. Ecco perché proprio la Val d’Aosta è finita in fascia rossa: tra i 21 indicatori, infatti, ce ne sono diversi sulla capacità di monitoraggio e di fornire in tempi prestabiliti dati certi e stabili. Il ritardo nella trasmissione dei dati o numeri incompleti, insomma, non solo possono condizionare proprio la “pagella” attribuita a una Regione (anche se il ministero della Salute e l’Iss tengono a ribadire che non si parla di pagelle: “Lo spirito tecnico scientifico è di supporto, capire dove si sta andando, la rotta da percorrere, non è una valutazione di nessun tipo”) ma hanno influito anche sulla tempistica dell’aggiornamento.

Nel punto stampa di giovedì, Brusaferro ha ammesso: “Non abbiamo ancora dati aggiornati”, annunciando che sarebbero stati presentati il giorno dopo per poi correggersi con un più prudente “entro 48 ore”.

Ci sono voluti 4 giorni, a conferma del momento di difficoltà proprio nella raccolta dati da parte di dipartimenti di prevenzione, Asl e assessorati letteralmente sommersi dall’emergenza. “Escluderei il dolo delle regioni”, ha cercato di smorzare i toni Brusaferro. “C’è stato un grande aumento dei casi nelle ultime settimane con rapida crescita e questo mette in difficoltà il sistema. Il notevole carico di lavoro può portare dei ritardi”.

Oggi comunque, a scanso di ulteriori colpi di scena, potrebbe arrivare una nuova stretta: alcune regioni ‘gialle’ avevano già fatto discutere la scorsa settimana, in primis la Campania, alle prese con numeri allarmanti (anche ieri altri 4.600 casi), “graziata” nel primo monitoraggio per via di un Rt ritenuto indice di una certa stabilizzazione almeno in prospettiva, pari a 1,49, ossia a un millimetro da quello indicato come soglia di rischio superiore, ossia 1,5, peggio se mantenuto per più settimane consecutive.

Anche il Veneto, la Toscana, l’Emilia, hanno fatto registrare aumenti notevoli, anche se in questi casi sono in parte bilanciati dalla disponibilità di posti letto, a partire da quelli in terapia intensiva, che rende soprattutto il Veneto ancora lontano dalla soglia di occupazione del 30% considerata critica dal ministero (è al 19% secondo i dati Agenas, ben sotto il 34% raggiunto su base nazionale).

Di certo non mancano le criticità: se il sistema di monitoraggio promette di fornire una griglia oggettiva e incontestabile, che attraverso algoritmi prestabiliti dovrebbe produrre pressoché in automatico il quadro aggiornato della situazione, le variabili sono tante e tali da renderlo traballante. Anzitutto, come detto, i tempi: le difficoltà della raccolta dati e questo condiziona anche l’indice Rt, ritenuto dagli esperti tra i criteri più affidabili: l’”attuale” indice Rt italiano, all’1,7, risale in realtà a molti giorni fa.

Per di più, per stessa ammissione dell’Iss che sul suo sito invita invece a prendere questo valore con la dovuta prudenza, l’Rt si calcola solo sui casi sintomatici, quindi sfugge l’enorme massa di asintomatici che fino alla fine dell’estate il sistema riusciva a tracciare con discreta efficacia e ora sono sostanzialmente lasciati a casa, nella migliore delle ipotesi, essendo i tamponi riservati ormai solo a verificare la positività in chi ha sintomi.

Ha scritto infine il presidente dell’Ordine dei Medici Anelli: “La situazione fra un mese sarà drammatica, potremo avere altri 10mila morti e quindi bisogna ricorrere subito ad una chiusura totale. O blocchiamo il virus o sarà lui a bloccarci perché i segnali ci dicono che il sistema non tiene ed anche le regioni ora gialle presto si troveranno nelle stesse condizioni delle aree più colpite”.

Anelli, nel corso di un intervento su Radio Rai 2, ha acceso un faro anche sulla carenza di medici specialisti, mentre 23.000 medici laureati sono in attesa di potersi specializzare. E le graduatorie sono bloccate per via dei numerosi ricorsi. Anelli ha chiesto, ancora una volta, di ammetterli tutti.

“Sarebbe una boccata d’ossigeno per il sistema” ha affermato. Scettico, invece, sullo switch di medici specializzati in altre branche verso la cura del Covid: “Se un oculista deve diventare un internista qualcosa non funziona. La formazione non è un optional”, ha spiegato.