L’AQUILA – “Nessun commento”. Bastano due parole sibilate all’Ansa a Giorgio De Matteis per rimandare al mittente le richieste, anzi, il diktat, dei suoi nemici interni all’Unione di centro, il suo nuovo-vecchio partito, con cui punterà a un seggio alla Camera.

Dimettersi da vice presidente vicario del Consiglio, lasciare il gruppo dell’ormai dissolto Movimento per le autonomie, mollare la maggioranza di centrodestra con cui ha governato negli ultimi quattro anni, schierarsi con l’opposizione, rinunciare ai benefit della sua carica: queste le condizioni di Antonio Menna, rigettate da Gdm. Che tace e attende.

Un altro a porre le condizioni è Nazario Pagano, presidente del Consiglio regionale, uomo forte del Popolo della libertà di Pescara, partito che ha letteralmente fatto fuori la città adriatica (e L’Aquila) dalle liste a favore di Teramo e della Marsica, oltre che dei big nazionali.

Commissariamento del partito a livello locale e un pesante rinnovamento della classe dirigente regionale “che in questi anni ha gestito male il partito”: questi i due paletti posti da Pagano davanti a 200 persone in un evento pubblico.

Altrimenti lui e i suoi faranno ‘campagna contro’ e andranno a sostenere il paracadute ideale: la lista Rialzati Abruzzo di Carlo Masci, prontissima a guastare le feste per quel che riguarda il Senato.

Intervistato da AbruzzoWeb, l’ispiratore e assessore regionale al Bilancio spiega le differenze con una metafora gastronomica: “Candidati doc, di origine controllata, con una storia sul territorio, piuttosto che quelli dop, di origine protetta, imposti e blindati da Roma”.

Il sogno è salire dalle 42 mila preferenze delle Regionali alle 50 mila che servono per il miracolo di eleggere un senatore, una sfida che Masci sembra convinto di vincere.

E poi c’è L’Aquila. Il compito di fare il punto della situazione va alla prosa onirica e piena di non detti e di messaggi da captare tra le righe dell’ex coordinatore pidiellino del capoluogo e di Sulmona (la Marsica, com’è noto, fa storia a sé), Gianfranco Giuliante, assessore regionale pure lui.

L’ex “Federale” di Alleanza nazionale parla di due oligarchie, una che ha deciso il menu, l’altra che si è spartita gli avanzi, per una “proposta complessiva indigeribile”.

Giuliante ne ha una per tutti. Gianni Chiodi, “ha confuso il ruolo di governatore con quello di sindaco di Teramo”, il coordinatore abruzzese del Pdl, Filippo Piccone, “ha riunito i baroni e scelto il nuovo che è avanzato” con metodi “feudali”, e con il resto dei rappresentanti dell'”oligarchia” pidiellina.

“Fino a dodici ore prima piagnucolante, e che ‘ricolpita’ da improvviso benessere ha approfittato del ruolo di ‘caporale di giornata’ e si è fatta prendere la mano”. Alberto Orsini