TERAMO – “Con il renzismo non si possono fare intese, né larghe né strette. D’altra parte Renzi non è in grado di fare intese neppure con se stesso…”.
A sgomberare il campo dall’ipotesi di inciuci postelettorali è anche Gaetano Quagliariello, capolista nel collegio proporzionale nel collegio L’Aquila-Teramo in quota Noi con l’Italia-Udc, quella che giornalisticamente è stata denominata la quarta gamba del centrodestra.
Quagliariello, costituzionalista e accademico napoletano, corre dunque ancora una volta in Abruzzo, dove nelle ultime elezioni è stato rieletto senatore con il Popolo della Libertà, per poi passare nel Nuovo centro destra, diventando anche ministro senza portafoglio per le Riforme costituzionali del governo di Enrico Letta, incarico che ha lasciato a febbraio del 2014. Quagliariello ha poi fondato il movimento Idea, di cui fa parte anche l’ex presidente della Regione, e candidato anche lui, Gianni Chiodi.
Nell’intervista ad Abruzzoweb Quagliariello pone tra le priorità “lo scongiurare la desertificazione del territorio, in particolare per quel che riguarda i centri storici, e completare la ricostruzione post-sismica”.
Alla domanda: “La Lega vostra alleata, a tal proposito, può essere definito un partito moderato?”, Quaglieriello risponde che nella coalizione di centrodestra convivono diverse sensiblità, ma “non bisogna lasciarsi fuorviare dalle etichette”, e tiene a sottolineare che oggi nell’Italia in crisi “i cosiddetti ‘moderati’ sono i più arrabbiati di tutti. Essere moderati non significa essere molli o essere portatori di pensiero debole”.
Senatore Gaetano Quagliariello, la sfida si avvicina al rush finale. Che campagna elettorale è stata?
Una campagna elettorale atipica. Un po’ per i meccanismi di un sistema di voto nuovo e non immune da storture, un po’ per il momento di difficoltà e disaffezione. E’ stata una campagna del contatto personale, della concretezza, della comprensione dei problemi. E, per quanto mi riguarda, mi sono sentito un po’ un acchiappafantasmi.
In che senso?
Nel senso che non ho avuto il piacere di confrontarmi con la mia diretta avversaria, la candidata del Movimento 5 Stelle. Nei dibattiti mi sono sempre trovato accanto una sedia vuota, e credo che sottrarsi al confronto sia una grave mancanza di rispetto verso gli elettori. Vede, in questi giorni il M5S su Facebook sta pubblicando una sorta di mia biografia politica a puntate. Su ogni parola pronunciata nel corso degli anni, su ogni iniziativa politica, su ogni posizione assunta sarei prontissimo a confrontarmi e a rispondere. Ma il punto è un altro: di me si sa cosa ho fatto (errori compresi), cosa ho detto, cosa penso. E invece nessuno, a cominciare dagli elettori, ha la possibilità di conoscere le idee della mia avversaria su economia e lavoro, su immigrazione e sicurezza, su dignità della vita e centralità della persona, su terremoto e ricostruzione. Su ognuno di questi temi, e su tanti altri, io ho presentato proposte di legge ed emendamenti in Parlamento, ho promosso iniziative, ho condotto battaglie, ho rilasciato interviste e dichiarazioni, talvolta ho scritto libri, e in ogni caso mi sono sempre sottoposto al confronto con gli avversari e al giudizio degli elettori. Dall’altra parte non è dato conoscere il pensiero di chi si candida per il M5S a rappresentare il popolo italiano nel Parlamento della Repubblica. Ne prendo atto.
Si sente anche lei un “paracadutato” nelle verdi e ospitali terre d’Abruzzo?
Assolutamente no. Per quanto riguarda il ‘paracadute politico’, ci ho volontariamente rinunciato candidandomi solo in Abruzzo e nel solo collegio uninominale L’Aquila-Teramo per il Senato, come candidato della coalizione di centrodestra. Per mia scelta non ho alcuna rete di protezione nelle liste proporzionali, saranno gli elettori abruzzesi a giudicarmi e a decidere se potrò continuare a servire le istituzioni. Quanto al mio legame con questo territorio, ha accompagnato tutta la mia vita adulta. Qui ho iniziato la mia carriera accademica, ho insegnato e vissuto per otto anni a L’Aquila, sono stato commissario del PdL in Abruzzo all’epoca della vittoria alle regionali e in quasi tutte le grandi città e le province, qui sono stato eletto nel 2013 e in questi cinque anni non ho mai fatto mancare la mia rispettosa, operosa e documentabile vicinanza al territorio, senza cercare ribalta mediatica né riflettori. Infine, su queste montagne vengo a camminare ogni volta che ne ho la possibilità.
Non tutti nella coalizione di centrodestra sono d’accordo sull’ipotesi concreta delle “larghe intese”, o “inciucio”, a seconda dei punti di vista, in caso di ingovernabilità. La sua posizione qual è?
Guardi, io credo che la situazione sia molto semplice: con il renzismo non si possono fare intese, né larghe né strette. D’altra parte Renzi non è in grado di fare intese neppure con se stesso… La verità, suffragata dai numeri, è che dopo il 4 marzo l’Italia o sarà governata dal centrodestra o non sarà governata e finirà nella palude. E Dio solo sa quanto bisogno abbia il nostro Paese di un governo stabile e coeso. Mai come in questo caso, dunque, votare per il centrodestra e assicurare alla coalizione l’autosufficienza numerica è innanzi tutto un voto per l’Italia. Paradossalmente, anche i nostri avversari che hanno a cuore la tenuta del sistema dovrebbero votare per noi.
Di cosa ha bisogno l’Italia , oltre alla stabilità, con somma urgenza, e cosa può essere fatto nei primi fatidici cento giorni?
L’Italia è reduce da una crisi durata il doppio di una guerra mondiale dello scorso secolo, sulla quale si sono innestati problemi epocali come quello dell’immigrazione e, in alcune aree del Paese, eventi drammatici a cominciare dai terremoti. Questo periodo buio ha generato insicurezza, ha prodotto profonde ingiustizie, ha creato ampie fasce di ‘nuovi deboli’ e aggravato il nostro inverno demografico. La priorità assoluta è rimarginare queste ferite ripristinando una funzione sussidiaria dello Stato, in campo economico, sociale e istituzionale: uno Stato presente laddove c’è bisogno, non invadente laddove la vitalità sociale e l’intrapresa hanno potenzialità per esprimersi. Ma evidentemente è un lavoro di lunga lena. Per quanto riguarda i primi cento giorni, il mio movimento ha predisposto una serie di disegni di legge già completi di articolato per contribuire alla giusta partenza del governo di centrodestra: abbiamo depositato una legge su sicurezza sismica e ricostruzione, un modello di flat tax audace e sostenibile, un piano organico di rilancio del Mezzogiorno, una proposta per la tutela dei risparmiatori, una legge sulle start-up giovanili e una per il recupero delle nostre periferie. Non è tutto e non tutto si può realizzare in cento giorni. Ma è il contributo di due anni e mezzo di studio che con gli amici del mio movimento ‘Idea’ intendiamo mettere al servizio della coalizione e del nostro Paese.
Quali le priorità per l’Abruzzo?
In Abruzzo c’è bisogno di uno sforzo straordinario per scongiurare la desertificazione del territorio, in particolare per quel che riguarda i centri storici. Bisogna impedire che una volta completata la ricostruzione post-sismica – sulla quale dovremo favorire anche sul piano normativo un’accelerazione dei tempi – ci si ritrovi con borghi e città più belli di prima ma completamente spopolati perché nel frattempo le attività produttive sono state costrette a delocalizzarsi, gli abitanti a trasferirsi e le giovani generazioni a cercare fortuna altrove. È un problema enorme, che richiede interventi mirati e immediati (per esempio io avevo proposto in Parlamento di estendere la cedolare secca agli immobili commerciali e produttivi dell’area del cratere), ma anche progettualità e capacità di visione. Inoltre, me lo lasci dire, è necessario che il baricentro dell’Abruzzo venga riequilibrato. Va stabilito un asse tra L’Aquila e Teramo agevolando il collegamento tra la montagna e la costa, e va restituita centralità a un’area dimenticata da quanti, dopo aver conquistato la guida della Regione, hanno completamente spostato il baricentro dell’Abruzzo da un’altra parte.
Questa Europa ha un futuro?
L’Europa deve avere un futuro, e affinché ciò accada è necessario che ‘questa’ Europa ceda il passo a una vera unione politica che si avvicini molto di più al sogno dei padri fondatori e molto meno a una costruzione a freddo priva di anima e di identità. In estrema sintesi, il sogno europeo è nato su un metodo: fissare di volta in volta un obiettivo comune e trasferire dagli Stati nazionali quel tanto di sovranità necessaria a perseguirlo. A un certo punto il meccanismo si è inceppato, perché alla cessione di sovranità richiesta agli Stati in ambiti importantissimi come quello monetario non ha corrisposto la creazione di un nucleo politico condiviso, in grado di far percepire ai popoli l’appartenenza a un destino comune. Ciò che è accaduto sull’immigrazione, al netto dell’incapacità dei governi italiani di questi ultimi anni di gestire adeguatamente il fenomeno, è un esempio lampante di quanta strada ci sia ancora da fare. Se vogliamo che l’Europa non muoia, tutti insieme dobbiamo chiedere una revisione dei Trattati, perché l’unione dei popoli si riaffermi su una pretesa burocratico-dirigista slegata da qualsiasi meccanismo di sovranità.
Qual è il nemico da battere in questa tornata elettorale?
Non amo la categoria del ‘nemico’ in politica, ma se mi sta chiedendo quale sia l’avversario da fronteggiare, è evidente che la sfida, come già detto, è tra centrodestra e Movimento 5 Stelle. Non per la qualità dell’offerta politica dei pentastellati, che alla prova del governo di grandi città hanno mostrato tutti i loro limiti, ma per la tentazione di un voto di protesta che spesso non guarda al giorno dopo. Il centrosinistra, dopo la ‘cura Renzi’ e dopo gestioni fallimentari come quelle di Cialente e D’Alfonso, è con ogni evidenza fuori dalla partita. In ogni caso vale il discorso di prima: la sfida è sì tra centrodestra è M5S, ma numeri alla mano solo il centrodestra può garantire all’Italia un governo.
Cosa significa essere “moderati” oggi in Italia? La Lega vostra alleata, a tal proposito, può essere definito un partito moderato?
Non bisogna lasciarsi fuorviare dalle etichette. La crisi ha devastato le fasce sociali più deboli, ha messo in ginocchio la classe media che storicamente in Italia è sempre stata il motore del benessere generale, ha impedito alle famiglie di continuare a svolgere un ruolo di ammortizzatore naturale. Sicché oggi, mi passi il termine, i cosiddetti ‘moderati’ sono i più arrabbiati di tutti. Essere moderati non significa essere molli o essere portatori di pensiero debole: significa avere princìpi chiari e declinarli alla luce delle sfide del nostro tempo con buon senso e con la capacità di fare sintesi tra pragmatismo e capacità di visione. Io credo che questi siano i caratteri peculiari della coalizione di centrodestra che come candidato uninominale ho l’onore di rappresentare nella sua interezza. Una coalizione variegata, nella quale convivono sensibilità e approcci diversi talvolta amplificati da una legge elettorale che spinge alla competizione interna, ma che ha saputo dotarsi di un programma comune e che, a differenza del centrosinistra, ha saputo fare delle proprie differenze una ricchezza.




