L’AQUILA – “L’automazione non sta distruggendo posti di lavoro. In Italia piuttosto il gap tecnologico e digitale sta mettendo il paese in ginocchio. I giovani che si formano, stanno preparandosi a lavori che tra qualche anno non esisteranno più. Chi distrugge i posti di lavoro è chi, al Governo, si ostina a non voler vedere lo tsunami in arrivo”.

È solo un passaggio dell’intervista di Abruzzoweb all’aquilana Alessandra Priante, capolista alla Camera per il maggioritario nel collegio L’Aquila-Marsica con la lista 10 volte meglio.

Molti i temi trattati, dal lavoro alle start up, passando per le politiche migratorie all’austerity imposta dall’Europa, e per Priante a tal proposito “per prima cosa ci si deve chiedere perchè si sono aspettati anni in Italia prima di intervenire sui livelli insostenibili del debito pubblico”. E aggiunge: “i tecnocrati di Bruxelles qualcuno li ha assunti e sono persone normali. Piuttosto chiediamoci come mai ci sono cosi pochi italiani tra i cosiddetti tecnocrati”.

Alessandra Priante: qual è la posizione di 10 volte meglio sulle politiche del lavoro. Il job act ha funzionato?

Il nostro piano sul lavoro è molto focalizzato. Vogliamo innanzitutto sviluppare le competenze, in particolare i profili tecnici e agire per allineare le competenze tra sistema educativo e aziende. Vogliamo semplificare e ridurre la normativa del Lavoro a un Codice basato su pochi chiari articoli, in grado di orientare la contrattazione collettiva, aziendale e individuale, evitando formulazioni che favoriscono incertezze, contenziosi e ambiguità. Vogliamo eliminare la distinzione tra lavoro pubblico e privato in termini di contratti applicati e normativa di regolamentazione. Vogliamo in sostanza contratti solidi, semplici, flessibili. Vogliamo poi agire sulle Partite IVA che in Italia sono oltre 8 milioni, introducendo semplificazione e flessibilità.

Il Jobs Act per noi è stato un puro fallimento. Cosi come la riforma Madia. Normative incomplete, semplicistiche e anche tecnicamente errate. Fatte senza la minima previsione degli effetti di medio periodo e funzionali solo a visibilità elettorali. La cosa che ha stupito tutti è che il discorso centrale è stato l’eliminazione dell’art. 18, senza pensare ad una vera e propria riforma del lavoro, dipendente ed autonomo, che tenesse conto non solo delle specificità ma anche e soprattutto del futuro.

Start up: sono centrali nel vostro programma, ma resta il fato che c’è una mortalità enorme di start up. Come invertire la tendenza?

La mortalità delle start-up è data dal fatto che in Italia non esiste l’humus giusto su cui la Start-up si possa innestare, testando realmente le proprie capacità di generare impresa. Il focus nel nostro Paese da sempre è su come “finanziare” la start-up ma non sul come svilupparla o su come fare in modo che una serie di start-up possano seriamente collegarsi tra loro in maniera sistemica ed organica. La nostra visione si basa esattamente su questo: dobbiamo creare il sostrato economico, produttivo, sociale e culturale perchè la creatività e l’innovazione imprenditoriale si possano sviluppare in maniera coerente e sostenibile. Altrimenti non ha senso continuare a stimolare l’avvio, se poi non si ha il percorso su cui far “camminare” quanto creato.

 Vi definiscono i macroniani italiani. Molti altri ambiscono a questo titolo, forse anche Renzi in prospettiva…

Di definizioni in questo periodo elettorale ce ne hanno attribuite infinite. E’ interessante notare come, se non vieni catalogato, i media non ti ascoltano. A noi però piace questa impossibilità a inserirci in una scatola o orientamento. Perchè è il segno della nostra purezza. Della nostra distinzione.
Macron è sicuramente un modello per noi, ma soprattutto perché in Francia per diventare primo ministro devi fare dei passi obbligati nella tua formazione, come ad esempio l’École Politique (nel suo caso Sciences Po), e l’École National d’administration. Non mi risulta che la stessa cosa si possa dire di Renzi. Renzi mi affascina perchè osservandolo mi ha sempre dato l’idea del ragazzino infatuato di personaggi (si pensi ad Obama, ma anche lo stesso Berlusconi) che tenta invano di scimmiottare ben sapendo di non poterli neanche raggiungere, come statura e preparazione… o come abilità….

Politiche dell’immigrazione qual è la vostra posizione?

La nostra posizione è semplice: noi siamo profondamente convinti che bisogna partire dalla riattivazione dell’economia creando maggiore occupazione e sviluppo. In questo modo, in un’Italia che lavora, sarà più facile inserire gli immigrati che vogliono lavorare ed essere partecipi della vita sociale italiana. E’ chiaro che nell’immediato è assolutamente necessario che la nostra voce in Europa non sia marginale sulle politiche migratorie e che la nostra posizione centrale nel mediterraneo non sia solo funzionale a un incrocio di rotte gestite da mercanti senza scrupoli.

Quello che succede in Italia ed è successo negli anni passati sembra proprio il risultato di una strategia ben precisa e non di movimenti casuali. Di fondo l’immigrazione è l’altra faccia dell’emigrazione. E moltissimi italiani sono emigrati all’estero. Lo fanno tuttora. Ma lo stimolo principale era ed è lavorare per crearsi una posizione, generare reddito, mettere su famiglia, garantire un futuro ai propri figli, perchè nel nostro Paese non era e non è possibile.

L’immigrazione è diventato in questi anni un “problema” in particolare perché è il risultato di iniziative di economica illegale. E questo è il chiaro segnale di una mancanza di volontà internazionale di affrontare seriamente i problemi di disuguaglianza tra le varie aree del mondo.

L’austerity sta uccidendo l’economia nazionale? E’ giusto ribellarsi al fiscal compact, all’Europa dei tecnocrati e delle banche?

Ribellarsi, protestare, sono azioni interessanti solo se con un’alternativa pronta. La realtà è che in Italia si sono prese troppo spesso decisioni considerate “inevitabili” perchè si è agito in “emergenza”, all’ultimo minuto.

La domanda è un’altra, perchè si sono aspettati anni prima di intervenire ad esempio sui livelli del debito pubblico? Perchè si sono aspettate procedure di infrazione paventate e reali? Ci sono tutti gli strumenti per prevedere l’andamento macroeconomico di un Paese e soprattutto tutte le competenze per disegnare scenari alternativi. Da economista, ancora non mi spiego perchè in Italia ci sia questa volontà diffusa di agire in modalità breve termine.

Sull’Europa è interessante notare come ormai il lavaggio del cervello ai cittadini italiani abbia compiuto l’opera di far immaginare Parlamento, Politici, Europa, come entità quasi surreali, astratte, popolate da esseri provenienti non si sa bene da quale pianeta. E’ ora che si inizi a pensare ai politici, cosi come ai cosiddetti tecnocrati, come persone al nostro “servizio”. I tecnocrati qualcuno li ha assunti e sono persone normali. Piuttosto chiediamoci come mai ci sono cosi pochi italiani tra i cosiddetti tecnocrati. E come mai i politici italiani in Europa non facciano in maniera incisiva il loro lavoro di rappresentanza reale delle istanze del Paese in seno all’Europa. Glielo dico anche per esperienza personale, Paesi come la Croazia ci battono in ogni dove solo per la loro governance efficiente e la loro focalizzazione sulla protezione degli interessi croati. Capisce perchè parliamo di competenze?

L’alta tecnologia, l’economia 4.0 sta distruggendo milioni di posti di lavoro. Destino ineluttabile, oppure è possibile trovare una sintesi?

Non li sta distruggendo. Ma nel mondo sta cambiando, anzi è già cambiato mentre parliamo, il contesto lavorativo. In Italia il gap tecnologico e digitale sta mettendo il paese in ginocchio. I giovani che si formano, stanno preparandosi a lavori che tra qualche anno non esisteranno più. Chi distrugge i posti di lavoro è chi, al Governo, si ostina a non voler vedere lo tsunami – come ama ripetere uno dei nostri cofondatori, Gianluca Comandini – che arriva e non corre ai ripari in maniera strutturale e decisa per far agganciare l’Italia al treno del progresso.

L’Aquila smart city: qualche idea…

Ricordo che nel 2015 L’Aquila vinse il premio smau 2015 come smart city, con focus sulle rinnovabili. Mi spiega cosa è rimasto di tutto quello? Gli interventi di “smartizzazione”, mi passi il neologismo, non possono essere progettuali. Rendere una città intelligente vuol dire definire e attuare un insieme di strategie di pianificazione urbanistica finalizzate ad ottimizzare e innovare i servizi pubblici, esaltando il capitale umano, intellettuale e sociale dei cittadini. Senza prendersi in giro, prima di diventare Smart L’Aquila, deve ritornare ad essere strong, forte. Per ora mi sembra manchi ancora l’essenziale. Il dato positivo è che ricostruendo si può già direttamente operare in situazioni “smart”. Mi auguro proprio che si possa procedere in questa direzione. f.t.