L’AQUILA – “Mario Marsilio un catapultato da Roma? Lui è in Parlamento, e si è detto disponibile ad abbandonare un posto sicuro, rimettendoci anche economicamente. Non dimentichiamo che fare il presidente di una Regione è terribilmente più complesso e faticoso che fare il parlamentare”

Ad assicurarlo, in un passaggio dell’intervista ad Abruzzoweb, l’ex ministro della difesa e parlamentare del Pdl Mario Mauro, fondatore di Popolari per l’Italia, forza moderata, liberaldemocratica ed europeista, che in Abruzzo è pronta a correre con una sua lista alle elezioni regionali del 10 febbraio, nella coalizione del centrodestra, che salvo sorprese dovrebbe candidare a presidente della Regione Marsilio, senatore romano di Fratelli d’Italia, che di abruzzese ha solo le origini. 

Va a tal proposito ricordato che primo candidato ufficiale della competizione, l’ingegnere Michele Suriani, si è avuta proprio sotto le insegne scudocrociate di Popolari con l’Italia.

Mario Mauro, classe 1961, pugliese di San Giovanni Rotondo, titolare di una società di relazioni internazionali, è stato dal 1999 al 2103 parlamentare europeo di Forza Italia e poi del Popolo delle libertà, ricoprendo anche la carica di rappresentante personale della presidenza dell’Osce contro razzismo, xenofobia e discriminazione.

Nel 2013 l’approdo a Scelta civica, con cui è stato eletto senatore. Con il governo di Enrico Letta è stato nominato ministro della Difesa. Quando poi i montiani si sono sciolti confluendo nel centrosinistra renziano, Mauro ha dato vita a Popolari per l’Italia, e non si è ricadidato alle elezioni politiche del 4 marzo. Nelle regionali del Molise, la sua formazione politica, alla prima vera prova elettorale, ha già riscosso un buon successo con il 7,2 per cento dei consensi, portando a casa un assessore e due consiglieri. 

Suo punto fermo, la distanza politica e culturale dai populismi “La reazione ai fallimenti della seconda Repubblica ha generato il populismo, che si può riassumere nella formula “tutto e subito”. Ma è un’illusione, ma non è una bacchetta magica. perché la politica è lo strumento per rispondere ai problemi, che va usato con molta serietà. Ed quello che noi ci proponiamo di fare anche in Abruzzo”, spiega nell’intervista.

Mario Mauro, prima di tutto, chi sono quelli del partito “Popolari per l’Italia”, in cosa si differenziano nell’attuale panorama politico?

Ci accomuna la convinzione che lo scenario politico attuale è segnato da una grande delusione, nei confronti dei tentativi operati a destra e sinistra nella seconda repubblica, dove partiti hanno preferito dare spazio comunicazione, e non all’agire politico, che è mediazione e capacita di trovare le soluzioni concrete ai problemi di cittadini. Un tempo i partiti che erano ‘contenuti’, erano la casa dei democristiani, dei comunisti, liberali e anche dei fascisti. Oggi sono invece diventati meri contenitori. L’acme di questo percorso, inaugurato da Silvio Berlusconi, si è avuto quando al vertice del Partito democratico è arrivato Matteo Renzi, un prodotto televisivo a tutti gli effetti.

Anche Matteo Salvini e Movimento 5 stelle non scherzano in comunicazione, sui social in particolare…

E’prodotto della delusione che dicevo: la reazione ai fallimenti della seconda Repubblica ha ha generato il populismo, che si può riassumere nella formula “tutto e subito”. Ma è purtroppo un’illusione, perché la politica è lo strumento per rispondere ai problemi, ma non è una bacchetta magica. E’ uno strumento utile che va usato con molta serietà 

Veniamo all’Abruzzo: il senatore romano Marco Marsilio candidato della coalizione di cui anche voi farete parte, la soddisfa come scelta? 

Marsilio è una persona importante esperienza politica e parlamentare, che da sempre vive le ragioni della militanza politica della gente. Sono convinto che saprà farsi valere

In molti però, non solo nel centrosinistra e M5s, ritengono che l’Abruzzo è diventato uno “strapuntino” per le ambizioni di un parlamentare di un altra regione, catapultato dalle segreterie nazionali.

E’ vero il contrario: lui è in Parlamento, e abbandona un posto sciuro per mettere a disposizione le proprie capacità, rimettendoci anche economicamente. Non dimentichiamo che fare il presidente di una Regione è terribilmente più complesso e faticoso che fare il parlamentare. Ci espone molto anche a livello civile e penale. 

Un’idea per l’Abruzzo che verrà…

Il paradigma di azione deve essere innanzitutto quello di mettere insieme le ragioni della costa con quelle delle aree interne: servono politiche concrete per impedire lo spopolamento delle montagne, serve più coesione, una crescita armonica in tutte e quattro le province. La priorità è tornare ad investire sul capitale umano, scommettere sui giovani, che ora vanno via. 

E’ ottimista sull’eventuale performance di Popolari per l’Italia in Abruzzo? 

Ci stiamo radicando, coinvolgendo persone capaci, dando forza agli ideali di noi popolari. A poca distanza, in Molise, alle ultime regionali, abbiamo conseguito quasi l’8 per cento, grazie a candidati provenienti dalle amministrazione locali, con una ropbusta esperienza, stiamo replicando anche in Abruzzo 

Il centrodestra potrà mai essere moderato ed europeista, con la Lega oramai di gran lunga il primo partito?

I numeri che fa la Lega li faceva il Pdl, il che vuol dire vuol dire che popolari e populisti hanno idee differenti, ma gli elettori sono gli stessi. E questi elettori si conquistano con l’esempio: sul tema del’essere europeisti il successo dei populisti non è basato su ragioni straordinariamente buone, dove hanno vinto come nell’Inghilterra della Brexit, ora no sanno cosa fare, sono in una situazione di caos.  Un Paese sovrano poi non è isolato dal resto del mondo, l’economia italiana che superiore a quella di tutti i paesi del sud del Mediterraneo messi in insieme, che contano 350 milioni di abitanti, è profondamente interdipendente dal resto dell’Europa e del mondo. Una risi del nostro debito pubblico avrebbe effetti planetari. Il problema come si vede non sono i vituperati vincoli europei.
Va però aggiunto che c’è chi dice a parole di sostenere il progetto europeo, ma di fatto non ha dato seguito a queste parole, perché le leadership moderate, come la Merkel hanno fatto gli interessi del loro paese, hanno determinato un’Europa germanizzata e non una Germania europea, e così il grande disegno federalista è rimasto incompiuto, vige piuttosto la legge del più forte. 

Dove hanno sbagliato i governi tecnici e del centrodestra, e del centrosinistra in questi anni, di cui lei è stato esponente, e cosa invece hanno fatto di buono?

Hanno imposto pesanti sacrifici, ma il debito non solo non è stato abbattuto, ma è aumentato, come pure ed e aumentata anche la spesa corrente. Un errore che riguarda tutti coloro che hanno governato in questi anni. Cose buone? Nel governo Letta la capacità di costituire una forza di unità nazionale intorno ai problemi del Paese. Ma è durata poco, Letta è stato spazzato via dalla faida esplosa nel Pd. Sull’altro versante cito senz’altro le misure a favore delle imprese in alcune fasi dei governi Berlusconi. 

Qual è il suo giudizio sulle politiche sul fenomeno immigratorio portate avanti in primis dal ministro dell’Interno Matteo Salvini, ricordando che dal 2009 al 2011 lei stato rappresentante personale della presidenza dell’OSCE contro razzismo, xenofobia e discriminazione?

Credo che sia il fiore all’occhiello di questa coalizione di governo: ha posto l’accento su un aspetto tutt’altro che discriminatorio: l’ingresso in Italia non può avvenire illegalmente,  e in modo non governato. Anche la mia è stata una famiglia di emigrati, partiti per il Canada, per la Germania e per il Belgio, però sono stati accolti con precisi accordi tra gli Stati, e con un lavoro da poter fare. Il giudizio compiuto sul decreto Sicurezza potrà essere dato però tra non meno di un anno: di una legge è fondamentale la sua applicazione. Anche se io votai da subito contro le misure sul’immigrazione di Alfano e Renzi, perché era evidente che sarebbero state destinate ad un tragico fallimento. 

Un giudizio invece sul Movimento 5 stelle al governo

Forse la cosa che è riuscita meglio alll’M5s, e aver designato come presidente del Consiglio Giuseppe Conte, figura di mediazione che mancava alla compagine governativa. Per il resto nella reggenza di alcuni dicasteri, come quello dei Trasporti, emerge molta improvvisazione, che poi M5s copre in modo ideologico, arrivando a negare la realtà. La Lega da questo punto di vista ha parlamentari molto più preparati, che vengono da anni di esperienza politica, e la differenza si vede 

Da ex ministro della Difesa del governo Letta, che giudizio dà delle prime mosse del governo giallo-verde su questo fronte, quali sono le priorità da affrontare e risolvere?

C’è una certa attenzione ai problemi del personale, e hanno confermato gli investimenti compresi i famosi F35. (ft)