L’AQUILA – Oggetto di approfondimento del primo trimestre del 2011, che ha coinvolto un campione di 395 imprese, sono state le strategie adottate dalle imprese manifatturiere abruzzesi per far fronte alla crisi economico-finanziaria del 2008-2009.
Al forte calo della domanda si è sopperito perseguendo strategie di contenimento dei costi, con una conseguente contrazione dei margini di profitto (57per cento delle imprese), mentre il 9per cento circa degli imprenditori ha indicato una riduzione dei costi di produzione rispetto al 2008, in particolare le imprese di grandi dimensioni.
Anche grazie all’aumento dei prodotti offerti e dei mercati di destinazione si è risposto alla crisi; il 30per cento delle imprese manifatturiere ha ampliato il numero di prodotti rispetto a quelli realizzati nel 2008.
Si aggira attorno al 40per cento la quota nei settori dei mezzi di trasporto, degli alimentari e dell’elettromeccanica e intorno al 30per cento nei settori della chimica, del tessile-abbigliamento e del legno.
Inoltre, il 30per cento delle imprese ha incrementato la varietà dei prodotti offerti, di queste, e l’8,4per cento lo ha fatto in maniera molto consistente.
Presente a livello marginale nelle grandi imprese, soprattutto la piccola e la media dimensione ha attuato una strategia di questo tipo.
Un quarto delle imprese ha inoltre aumentato il numero dei paesi di destinazione delle proprie esportazioni rispetto al 2008; il 10per cento delle imprese ha aumentato il proprio grado di internazionalizzazione con trasferimento all’estero anche di quote significative della propria produzione.
L’intensità di questo fenomeno è massima nell’elettromeccanica e nell’elettronica, in cui il 18per cento degli imprenditori ha dichiarato un “forte” aumento della delocalizzazione, e interessa per lo più le imprese medio-grandi.
Oltre il 13per cento degli imprenditori ha indicato un aumento delle risorse dedicate a operazioni di marketing e pubblicità.
Poco più di un quarto delle imprese ha dichiarato che nel 2011 i livelli occupazionali resteranno inferiori a quelli del 2010; con una quota che raggiunge il 53per cento nel settore della lavorazione dei minerali non metalliferi, e il 36per cento negli alimentari.





