L’AQUILA – “Il decreto Enti territoriali non è sufficiente, vogliamo regole più serie sulla ricostruzione perché c’è tanta strada da fare”.
È arrivata dal sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, senza tanti giri di parole e davanti a un testimone a cui non si possono dire bubbole, il capo dello Stato, Sergio Mattarella, la proposta di una nuova norma sul post-terremoto del capoluogo.
Una seconda nuova legge sul post-sisma a una manciata di mesi dall’approvazione dell’ultima, appunto il dl Enti territoriali, convertito lo scorso 5 agosto, la prima norma nuova dopo 3 anni quasi esatti (conversione il 3 agosto 2012) dalla cosiddetta “legge Barca”: è questo, in soldoni, che chiede Cialente.
Mattarella, ovviamente, non può farsene promotore ed è rimasto ad ascoltare il primo cittadino senza tradire alcuna emozione, ma l’appello ha comunque del clamoroso.
Anche perché è stato supportato immediatamente dopo dal procuratore della Repubblica, Fausto Cardella, sostenitore di una normativa più severa, specialmente per i lavori di ricostruzione privata, quelli milionari e che vengono affidati direttamente, con forzature e abusi più o meno leciti e che difficilmente possono essere perseguiti.
“Si è in attesa di nuove forme legislative con regole precise per limitare l’azione della magistratura a pochi casi”, ha detto il procuratore a Mattarella.
E tra i relatori c’era anche Giovanni Legnini, oggi vice presidente del Consiglio superiore della magistratura ma prima sottosegretario all’Economia con delega alla Ricostruzione e proprio lui autore della “bozza”, con norme molto più aspre, rimpianta spesso da Cardella (e Cialente) in occasione di uscite pubbliche.
“Alla necessità di ricostruire deve aggiungersi il contrasto alla criminalità organizzata e alle pratiche truffaldine – ha detto Legnini – Un obiettivo raggiungibile, perché le comunità sono sane, seppur non immuni a vicende negative prontamente fatte emergere” grazie alle indagini.
La procura, in realtà, ci ha già messo del suo, intuendo per un’inchiesta l’opportunità di qualificare amministratori di condominio e presidenti di consorzi, quelli che detengono le mazze, come “incaricati di pubblico servizio” e che, quindi, possono essere indagati per corruzione. Un’idea che la nuova legge ha fatto propria.
Ma dalla nuova normativa sono saltate le altre due severissime previsioni, mutuate dagli appalti pubblici, che Legnini voleva inserire: in primis, le “mini gare” tra cinque ditte con l’obbligo, quindi, di scegliere la migliore offerta e non a piacimento, mai comparse in nessuna bozza del recente decreto.
Oppure, come piano B, le “white list” di imprese affidabili che, dice la classe dirigente locale, sono saltate per volontà del ministero dell’Interno che non voleva congestionare la prefettura.
Alla fine, l’unica peculiarità che si è spuntata è l’obbligo, per le ditte che acquisiscono commesse private, di dimostrare di saper lavorare con gli enti pubblici mettendo nei contratti le proprie certificazioni usate negli appalti stessi: un pannicello caldo, secondo i più severi.
“Con Legnini costruimmo insieme una bozza, chiedo che venga ripresa perché non vogliamo ombre sulla nostra ricostruzione”, ha ripetuto infatti Cialente a Mattarella, per l’incredulità anche di qualcuno dei suoi assessori in sala, che non condivide questa linea severissima.
Regole ancora più severe, per molti protagonisti della ricostruzione, potrebbero infatti “strangolare” troppo le dinamiche di affidamento dei lavori e creare, secondo alcuni analisti, perfino problemi di costituzionalità.
Ma da oggi il dibattito su una nuova legge, fin qui latente, è ufficialmente aperto.



