L’AQUILA – “Il governo M5S-Lega ha raggiunto il ‘fantastico’ obiettivo di un deficit al 2,4% sul Pil, ma l’esito dello scontro tra il ministro Tria e Salvini-Di Maio è stato la classica montagna che partorisce il topolino. Serve ben altro per rimettere le cose a posto in Italia. Il deficit dovrebbe essere superiore al 3 per cento”. 

 
È questo il pensiero di Domenico Moro, ricercatore Istat – autore del libro La gabbia dell’euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra (Imprimatur editore) – sull’argomento che sta infiammando il dibattito politico ed economico in Italia. 
 
“Tria – spiega Moro – ministro delle finanze, ha cercato di mantenerlo fino all’ultimo entro l’1,9%, ma è stato sconfitto. Le sue dimissioni, secondo la stampa mainstream, sono state evitate solo perché unitamente all’innalzamento del deficit avrebbero portato alla crescita dello spread, terrore di tutti i commentatori”.
 
“Secondo gli irriducibili fautori del rigore europeista e la cosiddetta ‘sinistra dello spread’ piddina – prosegue l’esperto – è un disastro, secondo i partigiani del governo una grande vittoria, addirittura, secondo taluni, il ritorno a politiche espansive. C’è da chiedersi se sia un gioco delle parti o se è la paura di confrontarsi seriamente su che cosa è l’Europa”. 
 
Per Moro, “in primo luogo un deficit del 2,4% sul Pil non rappresenta nulla di eccezionale. Tra 2013 e 2017 il deficit è stato rispettivamente del 2,9%, 3%, 2,6%, 2,5% e 2,3%. Quindi sempre superiore al 2,4% e nel solo 2017 inferiore, ma appena dello 0,1%. E, in secondo luogo, la differenza con il deficit che avrebbe voluto Tria, equivale a circa 8-10 miliardi. Tutt’altro che una manovra espansiva”.
 
“Per fare una manovra espansiva, che stimolasse la ripresa della produzione e del Pil – è convinto il ricercatore Istat – ci vorrebbe un deficit molto maggiore, cioè ben superiore al 3%, il limite stabilito dai trattati e ben al di sotto del quale ci muoviamo da anni, senza peraltro apprezzabili risultati per la riduzione del debito”.
 
“Ma c’è un altro problema. La spesa che il governo prevede è o spesa corrente, come il reddito di cittadinanza, ospesa che va a ridurre le tasse alle imprese e a favorire chi avrebbe comunque investito in robot, confermando iper e super-ammortamenti dei governi a guida Partito democratico”, fa quindi notare. 
 
“Insomma – precisa Moro – spesa che va a incrementare i profitti più che gli investimenti e a favorire le imprese medio-grandi e del Nord. Senza contare che le tecnologie e i robot elimineranno più occupati di quelli che creeranno”. 
 
In particolare, “il tasso di occupazione dei 15-64enni è stato, nel 2017, ancora dello 0,6% inferiore al 2007, picco pre crisi, il più basso in Europa dopo la Grecia. Per i giovani è una debacle, specie al Sud, dove tra i 25-29enni e i 30-34enni è ancora rispettivamente di oltre 10 e 7 punti percentuali inferiore al 2007”.
 
Sul reddito di cittadinanza grillino, Moro fa presente che “Non solo i dieci miliardi previsti sono insufficienti a sostenere milioni di disoccupati, ma soprattutto non risolvono il problema reale: la mancanza di lavoro e di crescita”. 
 
La soluzione, quindi, è una “massiccia spesa per investimenti produttivi. Cosa che richiederebbe ri-nazionalizzazioni e massicci programmi di edilizia pubblica e opere infrastrutturali, di manutenzione delle stesse, e di prevenzione dei disastri sismici e idrogeologici del territorio, ma questo comporta una rottura vera con l’Europa e non una sorta di balletto dello zero-virgola”. 
 
Tradotto, “l’esito dello scontro tra Tria e Salvini-Di Maio è stato la classica montagna che partorisce il topolino. Siamo quindi tra due fuochi: da una parte la sinistra-spread del Pd che continua instancabile con la linea europeista che l’ha condotta alla debacle e, dall’altra, il nuovo governo che, al di là della retorica sovranista, rifiuta il confronto sull’essenziale con la Ue, favorendo le imprese del Nord”.
 
“Visto che incombono le elezioni europee, la soluzione scelta da Lega e M5s è fare il ‘braccio di ferro’ con la Ue su obiettivi ‘facili’, puntando sulla pura propaganda”, polemizza il ricercatore Istat. 
 
Secondo il quale “Su misure a costo zero, come gli immigrati, o su obiettivi che, seppure molto ridotti e inefficaci sulla situazione generale del Paese, gli permettano di dimostrare ai loro elettori che qualcosa stanno facendo”.
 
“Invece, le questioni centrali su cui una sinistra vera e di classe dovrebbe confrontarsi sono due. In primo luogo, la pressione europea alla riduzione del debito all’assurdo 60%, stabilito dai trattati, per il quale sono necessari i deficit sempre più bassi cui tendono Tria e il presidente Mattarella. In secondo luogo, l’impossibilità a condurre una politica economica espansiva in presenza dell’euro, cioè senza avere il controllo della moneta, dei tassi di interesse e di cambio. Insomma l’Europa è sempre più centrale, hic rhodus hic salta”, conclude.