L’AQUILA – Solo buio e silenzio per 42 ore, sotto alle macerie di quella che era stata la sua casa. Eleonora Calesini, giovane studentessa dell’Accademia dell’Immagine, originaria di Mondaino (Rimini), si trovava all’Aquila la notte del 6 aprile 2009.
All’epoca aveva 21 anni e viveva con le amiche in via Poggio Santa Maria, “Quei giorni era un continuo di scosse, ma eravamo tranquille, ci dicevano di stare tranquille”, racconta oggi dopo essere “rinata per la seconda volta”, come dice lei. Un calvario durato due giorni sotto ai resti di un palazzo in cui hanno perso la vita sedici persone.
Tra le vittime anche Enza, sua amica e coinquilina, alla quale ha dedicato anche un libro, “Il movimento dei sogni” pubblicato a fine marzo di quest’anno: “Ogni sera, prima di andare a dormire, lei è il mio ultimo pensiero”, dice Calesini.
E ripercorre quelle drammatiche ore spese nell’unica vaga speranza che qualcuno potesse estrarla da quei blocchi di cemento. “Sentivo solo le vibrazioni”, spiega Calesini che è sorda fin da bambina.
“Aspettavo qualcuno che potesse salvarmi, però il tempo passava e non potevo né sentire né vedere nulla. C’era solo buio e avevo paura. Il tempo passava ma non sapevo in che modo, se si trattasse di minuti di ore, e quante? Tu non lo sai, non ti rendi conto. Scatta l’istinto di sopravvivenza. Soffrivo, aspettavo, ma non ne potevo più. Ho pregato tanto, sono credente. Non ho mai smesso di pensare alla mia famiglia e ai miei amici”.
“Fino a quando ho sentito muoversi qualcosa: ho urlato con tutte le mie forze”. A salvarle la vita, i vigili del fuoco di Venezia e Cuneo, che hanno raccontato come la ragazza fosse rimasta incastrata in una specie di nicchia formata da pilastri di cemento armato. Aveva un braccio schiacciato e una gamba bloccata sotto un pezzo di cemento.
“La sensazione più bella è stata vedere la luce della torcia dopo tanto buio e, subito dopo, la faccia del mio salvatore”. Un momento indelebile nei ricordi dei soccorritori che, dopo averla estratta, hanno fatto partire un applauso profondo quanto l’angoscia provata in quelle ore disperate.
“Trovare Eleonora viva ci ha dato una forza inspiegabile. Dopo giorni di silenzio, in cui non riuscivamo neanche a dialogare tra di noi, abbiamo sentito la necessità di abbracciarci”, racconta oggi Luciano Roncalli, della squadra Usar dei Vigili del fuoco – Lombardia.
Il pericolo più grande era stato scongiurato ma una volta appurate le sue condizioni si è cominciato a temere che quel pesante schiacciamento avesse potuto compromettere organi e arti. Tante le operazioni per ricominciare a camminare.
A dieci anni da quell’incubo Calesini, insieme all’amica e scrittrice Debora Grossi di Riccione, ha deciso di prendere carta e penna e di raccontare la sua storia tra ricordi, lacrime e paure.
“Questo libro lo devo a mio padre, che già da dopo il terremoto aveva insistito per farmelo scrivere. In quel momento gli avevo detto di no, non ero pronta. Ora invece lo sono. Non è stato facile superare tutto. Avevo bisogno di farlo. Per non dimenticare, per buttare fuori tutto quello che ho provato. Per raccontare la storia dal punto di vista di chi faceva lo studente universitario. Nel libro dedico una parte anche ai miei soccorritori”.
“Dedico questo libro a chi mi ha aiutata, a chi mi ha salvata, alla mia amica Enza e lo dedico a tutti quei ragazzi dell’Aquila che non hanno avuto una seconda possibilità come me”. (azz.cal.)



