TERAMO – Inseguendo la sete di conoscenza delle aree selvagge del pianeta, anche attraverso lo studio delle popolazioni che vivono in condizioni estreme, gli alpinisti dell’associazione teramana Ex-plora limits hanno raggiunto la cima più alta del mondo.
La Extreme Malangur Expedition 2015 è stata la prima spedizione italiana a recarsi nel distretto di Dolaka-Rolwaling, dopo il secondo grande terremoto di 7.4 gradi Richter che nell’aprile scorso ha devastato gran parte dell’area himalayana, ma messo in secondo piano rispetto al sisma che ha colpito Katmandu.
Dopo aver esplorato luoghi difficili come Artico e Antartide, il fondatore dell’associazione Davide Peluzzi ed altri cinque compagni di ventura, hanno trascorso tre settimane tra le vette dell’Himalaya e nei villaggi della valle del Rolwaling.
La spedizione italiana, di cui hanno fatto parte anche i teramani Luca Natali, Gaetano Di Blasio, Giuseppe De Angelis, Marco Di Marcello, Giuliano Di Marco e Giorgio Marinelli, ha coniugato l’esplorazione del territorio alla solidarietà e alla ricerca scientifica.
Gli alpinisti hanno effettuato un rilevamento fotografico del ghiacciaio Ripimo, attraverso il quale è stato documentato un avanzamento glaciale, e proseguito gli studi antropologici e genetici delle popolazioni himalayane avviati nel corso delle precedenti spedizioni.
“Sono molteplici le testimonianze e gli indizi raccolti negli anni che sembrano supportare l’ipotesi della presenza dello Yeti – racconta Peluzzi ad AbruzzoWeb – le testimonianze da noi raccolte sono quelle della presenza attuale e reale di una specie di grande scimmia bianca sulle pendici delle montagne e nelle foreste dell’Himalaya denominata Malangur”.
In cantiere anche alcuni gemellaggi tra l’Abruzzo e le zone himalayane esplorate.
A Beding è stato firmato il gemellaggio tra il Comune di Fara San Martino (Chieti) e la valle del Rolwaling. A Kathmandu grazie al professor Prem Kumar Khatry sono stati fatti altri passi avanti per il rafforzamento del gemellaggio tra il Parco Nazionale del Gran Sasso-Monti della Laga e quello del Gaurishankar, a cui Peluzzi lavora da tempo e che ha subito un’accelerazione con l’arrivo del nuovo direttore, Domenico Nicoletti.
“Dopo Artico e Africa negli ultimi anni ci siamo dedicati all’Himalaya perché con la prima spedizione nel 2011, la Heart Mother, quando mi dedicai alla regione sperduta del Rolwaling, rimasi così colpito dalle condizioni di vita delle popolazioni Sherpa che dissi ‘devo fare qualcosa’”.
L’idea, aggiunge Peluzzi, è anche quella di “utilizzare il potere mediatico dell’Himalaya che è conosciuto in tutto il mondo, per aiutare attraverso il turismo le popolazioni locali”.
Ma gli alpinisti hanno anche portato aiuti economici alle popolazioni indigene, gli Sherpa, che vivono in estrema povertà e il cui unico business è quello di accompagnare gli escursionisti in quota.
Per dare un’idea del contesto socio-economico Peluzzi racconta un epidosio emblematico.
“Eravamo su un ghiacciaio a 5400 metri, quando tre dei nostri accompagnatori ci dicono di non poter proseguire perché non avevano le scarpe adatte, nonostante noi gliele avessimo comprate. Eravamo in mezzo alla bufera e scoprimmo che ai piedi portavano delle scarpe da ginnastica rotte. Decidiamo di proseguire perché l’obiettivo era più vicino della base, ma scoprimmo che si erano venduti le scarpe nei villaggi perché quella che ne avevano ricavato era per loro una cifra enorme”.
“Sono popolazioni che vivono quasi sempre scalze, e in quella occasione toccai con mano la povertà. Quando riscendemmo fui ospitato al ministero della Cultura a Kathmandu e il Sottosegretario mi chiese di raccontargli l’escursione, ma preferii parlargli della povertà!”.
È stata infine consegnata a referenti locali la documentazione relativa alla proposta di un progetto pilota dell’International Research School of Planetary Science finalizzato al monitoraggio del rischio sismico mediante rilevazioni satellitari e aeree.





