L’AQUILA – Da Luciano a… Luciano. Con un colpo di scena, diventa il rettore dell’Università di Teramo e presidente della società di trasporti Tua, Luciano D’Amico, il candidato alla successione di Luciano D’Alfonso alla presidenza della Regione Abruzzo.
Una staffetta che si renderà indispensabile tra il 2018 e il 2019, quando l’attuale governatore punterà alla candidatura in Parlamento, per diventare deputato e perfino ministro per le Infrastrutture, quest’ultima ambizione svelata da egli stesso ad AbruzzoWeb durante un evento all’Aquila.
Uno scenario molto ambizioso, in linea con l’atteggiamento di D’Alfonso, che avrebbe comunque del clamoroso se andasse in porto, sul quale si sta lavorando in gran segreto nelle stanze del potere del centrosinistra mentre viene tenuto sotto il più stretto riserbo, nonostante qualche spiffero sia già uscito.
È la “staffetta” con lo stimato prof D’Amico, la modalità ideata dal governatore per contrastare la possibile caduta di consenso di fronte al messaggio che potrebbe arrivare all’opinione pubblica abruzzese: quello di un presidente che, per ambizioni personali, lascia l’incarico un anno prima della scadenza pur avendo dichiarato in campagna elettorale di voler diventare il primo governatore rieletto in quarant’anni di regionalismo.
L’obiettivo, dunque, per D’Alfonso sono le Politiche, con le Camere che vanno a scadenza naturale nel 2018, quindi un anno prima la fine della decima legislatura regionale, cominciata nel 2014.
Da quanto appreso, per gestire la transizione, naturalmente se dovesse essere eletto a Roma, D’Alfonso resterà per 6 mesi presidente dimissionario, margine massimo per “scegliere” formalmente il ruolo di parlamentare, poi sarà il vice presidente a “traghettare” la Regione verso nuove elezioni, come imposto dal nuovo Statuto.
Ovviamente, di fronte a colpi di scena e ribaltoni sempre dietro l’angolo in una politica italiana a dir poco fluida, tutto è soggetto a mutamenti, perfino l’assetto parlamentare, alla luce del referendum da svolgere, e la tenuta del governo Renzi. Ma il progetto c’è ed è anche in fase avanzata.
Definito oggi il padre-padrone della politica abruzzese, anche alla luce del diverso “mestiere” del vice presidente del Consiglio superiore della magistratura, l’ex sottosegretario Giovanni Legnini, D’Alfonso confida molto nel suo potere per spegnere polemiche e malumori innanzitutto nel Pd, poi nella sua maggioranza.
Infatti, a fare le spese di questa ennesima “macchinazione” alla House of Cards saranno altri due candidati alla successione che erano stati annunciati nel passato: a partire dall’attuale vice presidente della Giunta, Giovanni Lolli, accreditato, piuttosto, di una corsa per l’anno prossimo a sindaco dell’Aquila, ipotesi anche questa comunque tutta da verificare.
Ma soprattutto, il grande deluso sarà Camillo D’Alessandro, attuale consigliere delegato ai Trasporti e (informalmente) coordinatore della maggioranza.
Due cariche di ripiego ricevute dopo che il primo rimpasto di Giunta, nell’estate 2015, gli ha tolto il ruolo di sottosegretario alla Presidenza, un vero e proprio settimo assessorato con tanto di auto blu legato a doppio filo con il presidente: il ruolo è passato da lui a Mario Mazzocca di Sinistra ecologia libertà per far spazio nella squadra di assessori al “ribelle” di Abruzzo civico Andrea Gerosolimo.
L’obbedienza per salvare gli equilibri di maggioranza ha generato un indiscutibile credito politico per l’ortonese D’Alessandro, che, si è sempre detto, potrà spenderlo qualora prenda corpo l’ipotesi di fuga a Roma di D’Alfonso, appunto con la candidatura a governatore a scapito di Lolli e a dispetto della voglia del Partito democratico aquilano di andare a riprendersi la presidenza della Regione dopo decenni al palo.
Dopotutto, messe sul piatto della bilancia l’età ancora giovane, 40 anni, ma anche la grande esperienza, 8 anni e due mandati da consigliere di cui 5 da capogruppo del Pd all’opposizione, D’Alessandro avrebbe tutte le carte in regola per essere un candidato presidente credibile.
Ma in base a quanto previsto da questa pianificazione dalfonsiana, non c’è niente da fare: dovrà attendere un altro turno, oppure “accontentarsi”, si può azzardare, di un ipotetico, futuribile posto a Roma, magari nello staff ministeriale, se e quando davvero D’Alfonso vincesse la missione impossibile di ridare un posto da ministro all’Abruzzo 24 anni dopo l’ultimo Remo Gaspari.
Perché D’Amico? La volubilità politica del governatore passa anche per grandi “innamoramenti” professionali (e altrettanto burrascose rotture) e, già da un pezzo, si è aperta la fase di lancio tra i grandi dell’Abruzzo del rettore teramano.
L’idillio è, tra l’altro, corrisposto, in quanto anche D’Amico non fa mistero della grandissima stima umana e professionale per l’attuale governatore.
Il pensiero positivo di D’Alfonso è noto dai tempi della nomina del docente alla guida di Tua, giusto due anni fa, nell’agosto 2014, quando il presidente ha tenuto a sottolineare che “per la prima volta la scelta cade su una personalità dall’alto profilo culturale e professionale e non per ragioni di appartenenza partitica”.
Un vero e proprio endorsement, rinnovato e rinsaldato più volte durante eventi pubblici e privati, che ha dato forza a D’Amico anche nella partita per tenersi il legittimo doppio stipendio, 100 mila euro lordi da rettore e 56 mila da presidente Arpa (da cui poi è nata Tua), su cui nemmeno i sindacati hanno “osato” obiettare (D’Amico ha poi contattato la redazione di AbruzzoWeb precisando di non percepire compensi né rimborsi da Tua).
Nel disegno del presidente, c’era un ostacolo che si era manifestato nei primi “toto D’Alfonso”, ovvero quello della modifica allo Statuto regionale imposta la scorsa legislatura dal centrodestra per evitare nuovi “casi Paolini” come quando, dopo l’arresto del governatore eletto, Ottaviano Del Turco, il suo vice, Enrico Paolini, ha potuto continuare a governare finché ha voluto, prima di convocare nuove elezioni.
Ora in caso di dimissioni, impedimento permanente o peggio del presidente è previsto l’immediato scioglimento del Consiglio.
Ma le nuove elezioni andrebbero convocate alla prima finestra utile, visto che quelle “fuori data” non le sceglie più nessuno perché costano troppo alla collettività in tempi di spending review, come d’altronde avvenuto a fine 2013, con il prolungamento della fase di prorogatio del governo regionale di centrodestra e lo slittamento all’estate 2014.
Per questo, se giocasse le sue carte con tempismo, D’Alfonso potrebbe continuare a gestire la Regione per gli affari correnti e, al tempo stesso, imbarcarsi per la crociata romana, prima di cedere il proscenio a un vice presidente che, a quel punto, potrebbe anche non essere Lolli, per poi candidare D’Amico: appunto, da Luciano a Luciano.
In questo modo, terrebbe fede (seppur furbescamente) anche alla smentita che ha rilasciato ad AbruzzoWeb quando, per la prima volta, questo giornale ha ipotizzato la fine anticipata della legislatura per la sua voglia matta di Roma.
“L’ipotesi di una mia candidatura al Parlamento, teorizzata da qualche organo di stampa, è una non notizia – aveva detto – La funzione di presidente della Regione per la decima legislatura scade nel 2019 e intendo onorare il patto stretto con i cittadini”. (alb.or. – b.s.)






