CAMPOTOSTO – A Campotosto, un paesino sulle sponde dell’omonimo lago artificiale in provincia dell’Aquila, Assunta Perilli ex archeologa ora tessitrice ha raccolto l’eredità di un’anziana signora del luogo: nonna Laurina, morta alla veneranda età di 101 anni nel 1995, custodiva un sacchetto di preziosi semi di lino che aveva continuato per una vita a coltivare nei vasi davanti la sua abitazione.

Nell’epoca delle sementi realizzate e modificate nei laboratori, trovarsi di fronte a una pianta che da più di un secolo e mezzo si coltiva sempre con lo stesso seme, mai contaminato da incroci, forse è un fatto più unico che raro.

Proprio per questo motivo, per l’unicità di questa coltivazione, le Università di Cambridge e di Copenaghen hanno iniziato a studiarla, per capire se, nel corso dei decenni, le sue caratteristiche specifiche fossero rimaste intatte o avessero subito modifiche.

Il progetto è di livello europeo e si chiama TeSet cioè Textiles in Southern Etruria. Nasce nell’ambito di un percorso di studi ambizioso che si propone di ricostruire le antiche rotte commerciali per gli scambi e i mercati del lino da Oriente ad Occidente e per individuare se sia possibile una distinzione tra le produzioni di lino in aree geografiche differenti e distanti. I semi saranno confrontati con altri selezionati da piantagioni provenienti dall’Inghilterra e da Israele.

“Ho riposto nel cassetto i miei studi di archeologia per dedicarmi completamente al recupero delle antiche tradizioni di tessitura e filatura, utilizzando tecniche e strumenti antichi. Dalla lana, che viene tinta in modo naturale, ai filati come il lino che appunto si ricava da questi semi vecchi di cento anni e più”, racconta Assunta Perilli ad Abruzzoweb.

“Per l’iniziativa Filo da Torcere, partita nel maggio 2015, abbiamo iniziato con il ripiantare queste sementi, per ripercorrere poi tutta la filiera fino alla tessitura. La trasformazione della pianta, la messa in ammollo nelle acque di un torrentello che si trova nei pressi del santuario della Madonna Apparente, a circa 1 chilometro dal paese, l’essiccamento e la lavorazione sempre con metodi tradizionali – spiega la Perilli – La zona di Campotosto già prima della creazione del bacino artificiale era particolarmente adatta a questo tipo di coltivazione. La pianta del lino chiede ambienti umidi e qui i terreni erano paludosi”.

Archeologia sperimentale, infine, applicata alla tradizione, perché gli strumenti per ottenere il tessuto sono stati fedelmente riprodotti con la collaborazione tra studiosi (archeologi e antropologi) ed esperti del settore per la tessitura, filatura e tintura.