L’AQUILA – La sua prima volta all’Aquila dopo il sisma del 2009 è sotto un sole tremendo. Dan Fante, scrittore americano di origini italiane, non solo il figlio del celebre John (autore di diversi capolavori della letteratura americana, tra cui “Chiedi alla polvere”) e il nipote del leggendario Nick, è arrivato lo scorso 21 agosto nel capoluogo abruzzese da Torricella Peligna, nel Chietino, luogo di nascita del nonno e sede del festival dedicato a suo padre.
Ospite dell’associazione “Jemo ‘nnanzi”, di cui fa parte il giornalista e scrittore aquilano Angelo De Nicola, Fante ha ‘battezzato’, firmandolo, un murales con lo stemma dell’associazione lungo il cantiere di Corso Federico II.
In questo palscoscenico pieno di memoria e di polvere, Dan e è venuto per guardare da vicino la tragedia nel cuore del sisma con i suoi occhi di uomo vissuto, di scrittore con l’Abruzzo nel sangue e col nome di Nick, suo fratello, tatuato sul braccio destro insieme al nome del male che se l’è portato via: alcol.
Mister Fante, ovunque lei vada, alla fine trova sempre la polvere.
Ciò che mi colpisce di più dell’Aquila è che non si può chiedere nulla a questa polvere. Perché questa polvere è tristezza.
Lei torna spesso in Abruzzo. Lo trova diverso, cambiato? È sempre lo stesso mondo, con le stesse tradizioni, le stesse persone?
Guarda, io vengo in Italia almeno due o tre volte l’anno. Gli italiani per me sono le persone più generose del mondo, hanno un cuore grandissimo, il più aperto in assoluto. Qui in Abruzzo mi sento veramente a casa mia. Posso capire quello che è successo all’Aquila nel 2009, perché nel 1994 ho vissuto in prima persona il terremoto di Los Angeles, identico al vostro per intensità. Lì mi sono reso conto di quanto distruttivo possa essere un sisma.
Adesso, però, è tutto molto difficile.
Sì, ma la storia degli italiani dice che il loro coraggio alla fine sopravvive. I governi vanno e vengono, ma gli italiani resistono sempre. Sono esperienze durissime, queste. Lo tsunami in Giappone di qualche tempo fa è stato molto simile a quello di Los Angeles, ma per la gente laggiù è “normale”. A Los Angeles è qualcosa di molto comune (vedi Chiedi alla Polvere, ndr), si verificano sempre piccoli e grandi terremoti. Per la gente è come prendere l’autobus, è un’abitudine.
Per questo in California si è più preparati in caso di terremoto. In America sapete come comportarvi.
La differenza è che non si può essere preparati a un sisma dentro un palazzo vecchio di trecento anni. Puoi solo cercare di trovare una via d’uscita. A Los Angeles mi sono salvato perché il tetto non è crollato e perché la porta sotto cui mi ero riparato non ha ceduto. Sono stato molto fortunato.
Si sente orgoglioso ogni volta che viene qui per suo padre? Forse non la sorprende più vedere che la gente adora le opere della famiglia Fante e quelle di suo padre in particolare.
Sai cosa c’è? Ero un ragazzino e mio padre non era famoso. Quando avevo trent’anni, mio padre non era famoso. Quando ne avevo quaranta, mio padre non era famoso. Quando invece ha avuto successo, la gente ha iniziato a chiedermi cosa volesse dire essere il figlio di John Fante. La verità è che lui andava a lavorare tutti i giorni come faceva tuo padre, ma alla fine è stato apprezzato per le sue opere.
Grazie a Charles Bukowski.
A Bukowski e ad altre persone, sì. Negli States la prossima settimana ci sarà un “memoir” su di me e su mio padre. Sarà un ricordo che attraverserà tutta l’America. Il prossimo anno lo porteremo qui in Abruzzo.
Una domanda personale. Crede di aver conosciuto un po’ meglio suo padre da quando ha capito quanto fosse importante per gli altri?
Ascolta, tu sai com’è il cuore di una persona, non importa se è famosa oppure no, se è viva o se è morta. Io conosco il cuore di mio padre. Non cambia mai.
Quando ha capito che poteva diventare uno scrittore?
Ho avuto probemi di alcol per tanti anni e sono finito in galera un sacco di volte, ho avuto parecchi guai. Poi ho smesso di bere. Mio padre, che leggeva le mie poesie, quando ero giovane mi diceva: “aspetta anche fino a cinquant’anni, aspetta”. Non avevo cinquant’anni, ero più giovane, ma ho iniziato a scrivere, non so se per quello che lui aveva detto, ma ho avuto l’ispirazione per farlo.
Quindi, come John, per farlo ha avuto prima bisogno di ‘mordere’ la vita?
Una volta uno psichiatra mi disse: “Hai vissuto abbastanza, non occorre continuare. Smettila di vivere la vita e comincia a scriverla” (ride).
Si sente un americano dal sangue italiano?
Assolutamente sì. Sono un vero americano, ma le mie radici sono abruzzesi. C’è qualcosa dentro di me che mi fa sentire bene in Abruzzo, a Torricella Peligna, a Pescara. Qui è diverso da quello che provo quando sono in America. Insomma, sono a casa mia, questa è casa mia. Non posso descriverla con una parola.
La stessa sensazione che si prova alla fine de “La confraternita dell’uva”? Henry Molise, come Arturo Bandini, quindi come John Fante, cercava casa sua, in fondo.
La stessa sensazione, sì.
Quando guarda agli Stati Uniti di oggi, cosa vede? Nota molte differenze tra l’America descritta nei libri di suo padre John e quella in cui lei vive? In qualche modo, John Fante ha saputo raccontare la società, anche quella del futuro.
Sì, è vero. Oggi si può descrivere l’America come una società consumista e capitalista, in cui le persone sono continuamente esposte ai messaggi pubblicitari, dove ogni cosa parla di soldi e di status. La grande cosa dei tempi in cui viviamo è che quando perdi tutto ciò che hai, soldi, casa, macchina, business, sei costretto a cercare il tuo cuore, a cercare te stesso, ciò che sei in realtà. C’è in corso una intensa rivoluzione emozionale, psicologica.
Quindi, la vera America esiste ancora? L’America più profonda, quella che riesce a riemerge dai problemi, un po’ come nelle canzoni di Bruce Springsteen?
Amo molto Springsteen, come amo molto Bob Dylan, anche il Dylan moderno. Parlano entrambi dell’anima degli americani, gente che ha l’abilità per sopravvivere, qualcosa di molto più potente della tv, o di una nuova Ferrari, o della “pretty girl” con le tette grosse. Lo stesso discorso vale per gli italiani. Pensa all’Italia, non ha mai avuto un suo monarca e questa è una grande cosa. Non è come la monarchia inglese, o francese. Gli italiani sono sopravvissuti, come gli americani.
Cosa si aspettava da Barack Obama e come lo giudica a quasi tre anni di distanza dalla sua elezione?
Posso dire che sono un grande fan di Obama, ma…
Ma non le piacciono quelli che sono dietro di lui?
No, il problema è chi è contro di lui. Obama ha provato a risolvere i problemi dei più poveri con dei programmi seri che i ricchi americani al governo non appoggiano. Sono i ricchi americani che vogliono rimanere tali. Tu sei italiano, sai di cosa parlo. Per me Obama è uno che ha coraggio, mi piace, è un vero esempio di neo-democratico alla Roosevelt. Il guaio è che è impantanato in uno tsunami economico, roba lasciata negli anni passati da Bill Clinton e George W. Bush. È come se dall’oggi al domani ti mettessero fra le mani dei cuccioli e ti dicessero “ecco, buon natale, adesso devi fare del tuo meglio con questi cuccioli”.
Crede che gli Stati Uniti lasceranno l’Afghanistan? Oppure avranno sempre bisogno di una guerra da qualche parte per sopravvivere?
Vedi, io ho una posizione molto radicale in merito, specie per quel che riguarda il Medio-Oriente. Sono convinto che la difesa di Israele sia costata parecchio agli Stati Uniti in termini di grossi investimenti, perché una parte immensa della nostra economia è stata destinata a questa causa. Questo è stato forse un bene per la situazione in Medio-Oriente, ma credo che sia molto difficile per gli americani vivere continuando a rovesciare soldi sulle altre nazioni, su persone che neanche conosciamo, per via di una nazione che si trova in Medio-Oriente. Essere presenti in Afghanistan quando gli afghani prendevano a calci in culo i russi, oppure in quelle nazioni dove le persone vivono una situazione di prosperità equivale a cercare di spostare delle pietre enormi e non c’è nulla di pragmatico in questo, è fondamentalmente un lavoraccio. La vera ragione per cui siamo andati in Vietnam o in Iraq deriva da una qualche idea che non è assolutamente supportata dalle persone, ma solo da chi è al governo. Come se fossero sempre alla ricerca di qualche cattivone.
La aspettiamo ancora qui all’Aquila.
Assolutamente sì. Vengo in Italia almeno una volta l’anno, ho sempre bisogno di passare qui un po’ di tempo. Vado spesso a Roma, a Milano, oltre che a Torricella Peligna e a Pescara. Sicuramente tornerò qui in città. Per me è stata una grandissima emozione passare all’Aquila.
E tutte le volte che torna c’è Berlusconi a capo del governo.
(Ride). È interessante vedere come gli italiani appoggino un governo che non appoggia loro. Spero che votino al più presto qualcuno in grado di aiutarli veramente. Non c’è molta differenza con gli States, se ci pensi. Voi avete Berlusconi, noi abbiamo un governo dove siedono persone piene di soldi. I soldi stanno sempre dove sono altri soldi. Ma da noi non c’è stato un solo arresto di chi ha rubato con le assicurazioni e le banche. I ricchi continuano a fare soldi e questo è ovvio un po’ in tutto il mondo, come in Italia, ma in America… Vedi, in America si dovrebbe solo dare fuoco al senato e alla “house” (the house of parliament, ndr), prendere un po’ di benzina, accendere un cerino e ricominciare tutto daccapo. Perché i politici non fanno altro che ricevere soldi da tutte le parti e quando dicono qualcosa vuol dire che stanno solo muovendo la bocca e che in realtà a parlare è chi sta dietro di loro.



