REGGIO CALABRIA – “È una cazzata che ti passa la vita davanti… Non fai a tempo a rendertene conto”.
Erano da poco passate le tre di notte, giusto il tempo di riprendersi dallo shock e postare su Facebook una drammatica confessione di impotenza davanti alla tragedia.
Luca B., 50enne tecnico rigger, cioè dell’ancoraggio dei motori del palco di Laura Pausini, era sul tetto di ferro che è crollato addosso a Matteo Armellini. Era con altri tre colleghi, tutti miracolosamente illesi.
Però la morte è passata davanti ai suoi occhi in un lampo, lui che al pericolo è abituato, visto che è un noto freeclimber. Dall’hobby al mestiere, su e giù con corde e gru, appeso a decine di metri nel voto.
Il secondo istinto è stato quello di mandare a parenti e amici un sms per tranquillizzare sulle sue condizioni fisiche.
Poi il colloquio con gli investigatori per raccontare la dinamica dell’incidente vista dall’alto, una testimonianza angosciata e per certi versi surreale.
“Siamo venuti giù di botto, io sono finito per terra in un secondo, e non ho ancora capito perché – ha detto successivamente in mattinata all’Ansa – stavo proprio lodando le condizioni di sicurezza quando tutto è venuto giù: sono stato il primo a soccorrere quel ragazzo, gli ho sentito il polso ma non c’è stato niente da fare. I soccorsi sono stati immediati ma anche loro hanno capito che eravamo di fronte ad una tragedia”.
Luca è un freeclimber conosciuto, ha fatto della montagna e dell’arrampicata il trampolino di lancio per lavori ‘pericolosi’, ma non sa darsi una spiegazione di quanto accaduto: “Ci siamo ritrovati per terra senza aver percepito niente di anomalo prima. Per me può anche essere stato un terremoto… – confessa – Sono il primo a voler capire cosa sia successo: ho una qualche esperienza di sicurezza in lavoro in quota e devo dire che tutto mi sembrava a regola d’arte. La mia sensazione è che tutto fosse montato perfettamente e in sicurezza. Penso che noi quattro non ci siamo fatti niente proprio perché lassú era tutto corretto. Quindi vorrei proprio che mi dicano cosa sia successo”.
A Reggio Calabria Luca era con il figlio 20enne, il quale al momento della tragedia si trovava in albergo: aveva finito il suo turno di lavoro e ha evitato di assistere al drammatico volo del padre e la morte di Matteo.
“Domani so che è brutto tempo: se fosse stato bello magari sarei andato a scalare. Qualcuno mi ha detto che forse è il caso di fermarsi, ma non vedo perché – racconta mentre è di ritorno verso Roma – A Reggio Calabria mi pareva tutto montato bene. Era una certezza, che è svanita in un attimo: ma dovranno spiegarmi perché è morto quel povero figlio…”.





