L’AQUILA – È attesa in tarda serata la sentenza del giudice del tribunale dell’Aquila Giuseppe Grieco sul processo per il crollo del Convitto nazionale.

Nel terremoto del 6 aprile 2009 lì rimasero uccisi tre minorenni, Luigi Cellini, 15 anni, di Trasacco (L’Aquila) e due giovani della Repubblica Ceca, Ondreiy Nouzovsky, (17) e Marta Zelena (16), mentre altri due rimasero feriti.

Gli imputati sono Vincenzo Mazzotta all’epoca dei fatti dirigente provinciale e oggi al Consiglio regionale, e Livio Bearzi, nel 2009 preside della struttura crollata, ruolo che oggi svolge in un liceo in Friuli. Entrambi sono accusati di omicidio colposo plurimo.

Oggi nell’udienza dedicata alle arringhe difensive e alle repliche è stato scontro in aula, con le difese impegnate a smantellare le accuse dei pm e alcuni strali lanciati ad altre istituzioni, come il Comune dell’Aquila, che si è costituito parte civile (come in tutti i filoni della maxi inchiesta sui crolli): il sindaco, Massimo Cialente, è stato bersagliato dalle difese. Chiamata in causa anche la commissione Grandi rischi, condannata in un altro processo: “Non può assumersi le colpe di aver rassicurato tutti”, l’ammonimento del pubblico ministero.

Nel corso dell’udienza l’avvocato di parte civile Antonio Milo ha avanzato un risarcimento di 3,5 milioni di euro per la morte del giovane Cellini. In aula la madre del giovane, Lucia Catarinacci.

Nella scorsa udienza, al termine di una lunga requisitoria, i pubblici ministeri Fabio Picuti e Roberta D’Avolio avevano chiesto per i due imputati la condanna a 4 anni di reclusione ciascuno.

Secondo l’accusa, il preside non avrebbe mai sottoposto la vecchia struttura a indispensabili lavori di restauro. Inoltre, non sarebbe mai stato redatto un piano per la sicurezza. A Mazzotta sono mosse contestazioni simili.

Tra le altre accuse al preside, la mancata evacuazione dell’edificio realizzato oltre un secolo fa.

Per giustificare le richieste di condanna, Picuti ha parlato di un “crollo annunciato” perché contenuto nella relazione tecnica, redatta nel 2005 della società in house della Regione Abruzzo, Abruzzo Engineering, nella quale si parlava di fessurazioni nell’edificio, lesioni nei solai, infiltrazioni continue d’acqua, che di fatto “avrebbero indebolito” il Convitto.

Il pm ha più volte sottolineato come le parti crollate dell’edificio e il luogo in cui furono ritrovati i cadaveri dei giovani convittori fossero gli stessi punti indicati nella relazione.

“Il Convitto – ha detto il pm in aula – era un tugurio, altro che albergo a cinque stelle! Quello che è successo è tremendo, il crollo era stato annunciato 10 anni prima e nessuno ha fatto nulla per evitarlo”.

Per il sostituto procuratore dell’Aquila, “sarebbe bastato un po’ di buon senso da parte di Mazzotta di provvedere alla chiusura dell’edificio, come aveva fatto per esempio il sindaco dell’Aquila per le scuole di primo grado, il 5 aprile, quando la città subì una scossa di magnitudo 4. Bastava prendere coscienza che l’edificio non era idoneo all’attività che all’epoca si esercitava, quella di scuola – ha rincarato il pm – e segnalare agli organi competenti; invece tutto questo non è stato fatto, la fatiscenza era acclarata e questo imponeva una segnalazione”.

Bearzi, che “per legge aveva il compito di neutralizzare ogni pericolo sul luogo di lavoro, ovvero in cui si trovavano a dormire e a studiare gli alunni”, secondo le accuse mosse dalla procura “non ha assolto agli obblighi”.

LE DIFESE: ”CIALENTE PARTE CIVILE PER PULIRSI LA COSCIENZA”

“Il sindaco dell’Aquila si è costituito parte civile, ma anziché chiedere scusa per non aver saputo organizzare neanche un fantasma di piano di protezione civile ha creduto di potersi pulire la coscienza costituendosi in questo processo”.

Questa la dura accusa rivolta a Massimo Cialente dall’avvocato Antonio Mazzotta, nella sua arringa difensiva nel corso del processo per il crollo del Convitto nazionale in cui assiste suo figlio, Vincenzo Mazzotta, dirigente della Provincia dell’Aquila, imputato assieme a Livio Bearzi, preside della struttura crollata.

A perorare la sua causa anche un avvocato di grido, Gianfranco Iadecola, già magistrato fino al 2003 e procuratore generale della Corte di Cassazione.

Mazzotta padre ha parlato per quasi due ore, rivendicando la mancanza di responsabilità del figlio imputato e chiedendo l’assoluzione, dopo aver contestato in toto le accuse mosse dalla procura di una mancata vigilanza né di aver assunto decisioni per garantire l’incolumità dei convittori.

Secondo il legale, infatti, Mazzotta jr. “non può essere chiamato a rispondere per una specie di ‘responsabilità oggettiva’ per condotte di epoche precedenti e di altri soggetti! Inoltre – ha aggiunto – non ha potere di spesa o di rappresentanza, che spettano al presidente e al Consiglio provinciale”.

Ancora, il dirigente “non ha stipulato contratti per cui possa rispondere a titolo personale, al massimo potrebbe rispondere per immedesimazione organica, ma si mette in fila perché ci sono altri che lo precedono”.

Una versione contestata nella sua replica dall’altro pubblico ministero, Roberta D’Avolio. “I poteri decisionali Mazzotta li aveva – ha sottolineato – quelli di rivolgersi al rettore, o all’amministrazione, e far notare che la situazione era talmente deficitaria che non si poteva un livello minimo di sicurezza. Provvedimenti – ha concluso – che non avrebbero comportato oneri di spesa, ma solo garantito l’incolumità”.

Strali dell’avvocato Mazzotta anche ai procuratori. “In tutte le indagini e nella requisitoria – ha attaccato – il pm si è comportato come se il Convitto fosse in cima ai pensieri di Mazzotta, in forma esclusiva. Ma com’è possibile! La Provincia ha oltre 36 edifici scolastici in tutto il territorio”.

Durissimo il legale contro Luana Isicrate, ingegnere responsabile della sicurezza del Convitto, citata in alcuni passaggi dell’accusa.

“Ha cercato di smarcarsi come un’iguana – ha sbottato il padre-avvocato – ma non ha reso un buon servizio con le sue bugie. Su questo, però, il pm ha costruito la sua accusa. Se c’erano criticità avrebbe dovuto segnalarle al rettore del Convitto. Invece, spudoratamente, per farsi bella, le ha segnalate al pm come fossero ancora sussistenti alla data del 6 aprile 2009”.

Successivamente è stato il turno di Iadecola, che ha svolto un intervento raffinato in punto di diritto in particolare sul concetto di “posizione di garanzia” che Mazzotta avrebbe avuto o meno nella vicenda, ruooo normato dall’articolo 40 capoverso del Codice penale.

“Nel capo di imputazione – ha fatto notare – la mancata sollecitazione (di Mazzotta, ndr) ad adottare provvedimenti di evacuazione al presidente della Provincia o al rettore del Convitto diventa mancata adozione di provvedimenti. C’è incertezza contestativa”.

Secondo l’ex magistrato, Mazzotta “non è garante solo perché l’ordinamento lo qualifica come tale. Se il questore chiede uomini per un derby di calcio e non gli vengono dati e poi ci sono morti e feriti – ha proseguito facendo un esempio – non gli si potrà imputare una posizione d garanzia, perché non aveva mezzi: la posizione di garanzia si alimenta e vive nella realtà concreta”.

PICUTI VS PICUTI, ”GRANDI RISCHI NON PUO’ ASSUMERSI COLPE DI TUTTI”

“La commissione Grandi rischi non può assumersi le colpe di tutti”.

È dovuto andare contro se stesso, anche se in un altro procedimento, il pubblico ministero della procura della Repubblica dell’Aquila, Fabio Picuti, nel corso del processo per il crollo del Convitto nazionale.

I difensori dei due imputati, il preside del Convitto, Livio Bearzi, e il dirigente della Provincia, Antonio Mazzotta, hanno infatti invocato gli esiti di un altro procedimento della maxi inchiesta crolli, quello appunto contro l’organo scientifico consultivo della presidenza del Consiglio, che si è concluso con la dura condanna a 6 anni di reclusione per i sette imputati.

Secondo le tesi difensive, appunto, tra le motivazioni che avrebbero portato i responsabili del Convitto a non evacuare la struttura o prendere altri provvedimenti proprio le rassicurazioni fornite dalla Cgr.

Un punto su cui il pm è intervenuto nelle repliche. “Questo processo non si affronta parlando di cose inesatte – ha sbottato – Oggi ho ascoltato ancora una volta parole in libertà sul terremoto. Sembra come una frase di Dostoevskij, tutti sono colpevoli delle colpe di tutti, ma la Cgr non si può accollare le colpe di tutti”.

“Dire che ha rassicurato Bearzi è un assunto indimostrato – ha proseguito – Per affermarlo, ci sarebbe voluto un contraddittorio di tipo probatorio, non basta un articolo di giornale!”.

Quanto al processo sul Convitto, per il procuratore “la domanda non è di chi è la colpa, perché questo presupporrebbe la ricerca di un capro espiatorio. Io sono il genitore di un bambino di 15 anni, lo faccio studiare all’Aquila e lo affido a una istituzione – ha proseguito – Mi telefonano e mi dicono che è morto all’interno del palazzo che lo avrebbe dovuto ospitare. La morte è un evento naturale, non presuppone necessariamente la morte di qualcuno. Ma stavolta la colpa c’è stata”.

“L’ente Convitto è presieduto da due persone, il dirigente scolastico e l’ingegnere preposto alla manutenzione – ha aggiunto Picuti – Questi soggetti sono in colpa perché lo hanno ospitato in un palazzo fatiscente, pericoloso”.

“Da dieci anni – l’accusa – la Isicrate (Luana, tecnico responsabile della sicurezza della struttura, ndr) affermava che il palazzo fosse fatiscente e a rischio crollo. Loro hanno preso il ragazzo, hanno preso la retta e ce lo hanno tenuto nonostante l’incedere delle scosse. I concetti amministrativi e le leggi sono un frullatore. Qui non stiamo al Tar, questa è l’aula di un tribunale penale. L’intento di questo processo è giustizia semplice, elementare”.