L’AQUILA – “Il sindaco dell’Aquila si è costituito parte civile, ma anziché chiedere scusa per non aver saputo organizzare neanche un fantasma di piano di protezione civile ha creduto di potersi pulire la coscienza costituendosi in questo processo”.

Questa la dura accusa rivolta a Massimo Cialente dall’avvocato Antonio Mazzotta, nella sua arringa difensiva nel corso del processo per il crollo del Convitto nazionale in cui assiste suo figlio, Vincenzo Mazzotta, dirigente della Provincia dell’Aquila, imputato assieme a Livio Bearzi, preside della struttura crollata.

A perorare la sua causa anche un avvocato di grido, Gianfranco Iadecola, già magistrato fino al 2003 e procuratore generale della Corte di Cassazione.

Mazzotta padre ha parlato per quasi due ore, rivendicando la mancanza di responsabilità del figlio imputato e chiedendo l’assoluzione, dopo aver contestato in toto le accuse mosse dalla procura di una mancata vigilanza né di aver assunto decisioni per garantire l’incolumità dei convittori.

Secondo il legale, infatti, Mazzotta jr. “non può essere chiamato a rispondere per una specie di ‘responsabilità oggettiva’ per condotte di epoche precedenti e di altri soggetti! Inoltre – ha aggiunto – non ha potere di spesa o di rappresentanza, che spettano al presidente e al Consiglio provinciale”.

Ancora, il dirigente “non ha stipulato contratti per cui possa rispondere a titolo personale, al massimo potrebbe rispondere per immedesimazione organica, ma si mette in fila perché ci sono altri che lo precedono”.

Una versione contestata nella sua replica dall’altro pubblico ministero, Roberta D’Avolio. “I poteri decisionali Mazzotta li aveva – ha sottolineato – quelli di rivolgersi al rettore, o all’amministrazione, e far notare che la situazione era talmente deficitaria che non si poteva un livello minimo di sicurezza. Provvedimenti – ha concluso – che non avrebbero comportato oneri di spesa, ma solo garantito l’incolumità”.

Strali dell’avvocato Mazzotta anche ai procuratori. “In tutte le indagini e nella requisitoria – ha attaccato – il pm si è comportato come se il Convitto fosse in cima ai pensieri di Mazzotta, in forma esclusiva. Ma com’è possibile! La Provincia ha oltre 36 edifici scolastici in tutto il territorio”.

Durissimo il legale contro Luana Isicrate, ingegnere responsabile della sicurezza del Convitto, citata in alcuni passaggi dell’accusa.

“Ha cercato di smarcarsi come un’iguana – ha sbottato il padre-avvocato – ma non ha reso un buon servizio con le sue bugie. Su questo, però, il pm ha costruito la sua accusa. Se c’erano criticità avrebbe dovuto segnalarle al rettore del Convitto. Invece, spudoratamente, per farsi bella, le ha segnalate al pm come fossero ancora sussistenti alla data del 6 aprile 2009”.

Successivamente è stato il turno di Iadecola, che ha svolto un intervento raffinato in punto di diritto in particolare sul concetto di “posizione di garanzia” che Mazzotta avrebbe avuto o meno nella vicenda, ruooo normato dall’articolo 40 capoverso del Codice penale.

“Nel capo di imputazione – ha fatto notare – la mancata sollecitazione (di Mazzotta, ndr) ad adottare provvedimenti di evacuazione al presidente della Provincia o al rettore del Convitto diventa mancata adozione di provvedimenti. C’è incertezza contestativa”.

Secondo l’ex magistrato, Mazzotta “non è garante solo perché l’ordinamento lo qualifica come tale. Se il questore chiede uomini per un derby di calcio e non gli vengono dati e poi ci sono morti e feriti – ha proseguito facendo un esempio – non gli si potrà imputare una posizione d garanzia, perché non aveva mezzi: la posizione di garanzia si alimenta e vive nella realtà concreta”.