L’AQUILA – Rimane all’Aquila il processo per il crollo della palazzina di via XX Settembre 123, nel quale la notte del 6 aprile 2009 morirono cinque persone a causa dei crolli.
Lo ha deciso la Corte di Cassazione, che ha respinto la richiesta di spostare il procedimento in un’altra sede avanzata dal legale dell’unico indagato, il collaudatore statico dell’edificio, Leonardo Carulli, 87 anni.
Indagato per omicidio colposo plurimo e disastro colposo, il tecnico sosteneva che nel capoluogo abruzzese non ci sarebbe la serenità necessaria per affrontare la causa per la troppa emotività ambientale.
Ad avviso della Suprema Corte, sentenza numero 11208 depositata oggi e relativa all’udienza che si è svolta lo scorso 18 gennaio, invece, “è in corso un’indagine che ha preminente contenuto scientifico e che si attua con indagine peritale”, pertanto è da escludersi che “possa verificarsi l’interferenza di fattori emotivi in grado di vulnerare l’oggettività delle ponderazioni in corso”.
Senza successo Carulli, che collaudò la palazzina di edilizia popolare nel 1959, ha insistito nel dire che all’Aquila c’è una “situazione pregiudizievole alla libera determinazione delle persone che partecipano al processo; giudici, persone offese, parti civili, testimoni e consulenti: tutti hanno avuto la vita distrutta o nella migliore delle ipotesi stravolta”.
E poi “è passato poco tempo dal tragico giorno e si vive ancora in un clima pesante: la terzietà del giudice è a rischio, i periti svolgono attività nell’Università de L’Aquila. Meglio trasferire il processo, come accadde per quello del Vajont”.
Ma queste obiezioni sul rischio di inquinamenti emotivi, ha replicato la Cassazione, riguardano le questioni “che afferiscono precipuamente al sisma, alla sua evoluzione, alla sua prevedibilità, alla possibilità di configurare la responsabilità di alcuno per la mancata adozione di misure che avrebbero potuto evitare le conseguenze più gravi e dolorose dell’evento”.
Per i supremi giudici, insomma, nel processo per il crollo di via XX Settembre “non si configura analogia con il caso del Vajont, nel quale si discuteva proprio di tecniche di realizzazione dell’invaso montano, delle cause del disastro, delle condotte colpose dei soggetti a vario titolo coinvolti nella sicurezza dell’opera”.
Confermata, dunque, l’ordinanza emessa dal giudice per l’udienza preliminare aquilano il 28 maggio 2011 che aveva dato il via al procedimento penale nel quale oltre ai familiari delle vittime sono costituiti parte civile anche il Comune e l’Azienda territoriale per l’edilizia residenziale (Ater).
Nell’ambito della stessa indagine la procura aveva ravvisato gli stessi reati anche per altre due persone, però decedute. Si tratta di Emilio Mori e Vincenzo Vicennati.



