PESCARA – “Il quadro economico è desolante. Dobbiamo tornare alla nostra Costituzione, oppure del nostro Paese non resterà nulla”.
Ha scelto di sostenere la ‘costola’ pescarese dell’Associazione riconquistare la sovranità (Ars) Piero Roncoletta, di Pescara, ingegnere e piccolo imprenditore con una piccola azienda insieme ad altri soci a Sambuceto (Chieti) che si occupa di bioingegneria e sviluppo di software.
Roncoletta, dopo aver ‘bazzicato’ l’universo di Beppe Grillo, si è gettato nell’avventura Ars del presidente Stefano D’Andrea col chiaro intento di contribuire alla battaglia per uscire dall’Euro e per il ritorno alle sovranità monetaria e di bilancio, “in nome della Costituzione italiana”, perché allarmato dalla situazione drammatica che vive l’economia italiana e locale.
Proprio l’Ars che sabato 9 novembre a Pescara, all’Hotel Plaza dalle ore 17 insieme a una parte di politica abruzzese punterà i riflettori sui problemi dell’eurozona, con l’incontro dibattito organizzato dall’ Associazione Riconquistare la Sovranità (Ars) dal titolo ‘€uro ed Europa, quale futuro? La politica in cerca di risposte alle problematiche dell’Unione Europea e della moneta unica’, con Maurizio Acerbo, consigliere regionale Partito della Rifondazione Comunista, Antonio Castricone, deputato del Partito Democratico, Carlo Costantini, consigliere regionale Movimento 139, Stefano D’Andrea, presidente Ars, Daniele Del Grosso, deputato Movimento 5 stelle e Gianni Melilla, deputato Sinistra Ecologia Libertà).
L’imprenditore ha scritto una lettera che riceviamo e pubblichiamo integralmente.
IL TESTO DELLA LETTERA DI PIERO RONCOLETTA
Cinque anni di crisi economica una recessione avviatasi nel 2011 di cui non si vede la fine, stanno colpendo molto duramente famiglie e imprese.
Un breve giro in macchina per la zona industriale tra Chieti e Pescara è più che esplicativo: capannoni desolatamente vuoti, cartelli ‘Vendesi’ e ‘Affittasi’, mentre le poche attività produttive ancora aperte ricevono quotidianamente visite e curricula di disperati che si sono trovati improvvisamente esclusi dal mondo del lavoro e coinvolti in una concorrenza al ribasso per i pochi posti ancora disponibili.
Anche per quanto riguarda le attività commerciali la situazione non è certo migliore: i numerosi cntri commerciali presenti nell’area vedono ancora notevoli afflussi, ma a ben guardare pochi sono coloro che entrano nei negozi, meno ancora quelli che ne escono con una busta in mano.
Così, mentre i ‘grandi’ si lanciano in progetti di ampliamento, tanti piccoli esercizi, molte volte tramandati di generazione in generazione, si avviano a una mesta chiusura.
Alzi la mano chi, tra i lettori, non ha ancora ricevuto una richiesta di aiuto da parenti, amici o semplici conoscenti.
Questo quadro, già di per sé drammatico, è stato ulteriormente aggravato dalla stretta fiscale messa in atto dal governo guidato da Mario Monti prima e proseguita dal governo di Enrico Letta; attività produttive già in forte crisi di liquidità a causa della chiusura dei rubinetti del credito da parte delle banche si sono ritrovate improvvisamente a dover fronteggiare un inasprimento spaventoso delle imposte patrimoniali (la terribile Imu sui capannoni), indipendenti quindi dalla redditività o meno dell’azienda.
Naturalmente, chi maggiormente soffre del mutato panorama contributivo sono le piccole e medie imprese, in un processo con evidenti ricadute occupazionali che a loro volta impattano negativamente sulla crisi della domanda.
Parlando con i piccoli imprenditori, con i loro dipendenti, con la gente comune, il sentimento predominante è la rassegnazione, un mix di incapacità di vedere un’inversione di tendenza, sfiducia nella classe dirigente, paura per il futuro, una generica rabbia verso i politici ma senza riuscire bene a individuare colpe, meccanismi e responsabilità.
Contrariamente ad altri momenti di grave crisi in cui la risposta fu di grande solidarietà e di stimolo all’iniziativa, pensiamo all’immediato dopoguerra, questa crisi sembra invece contrassegnata da un chiudersi in se stessi, da un inutile cercare una soluzione individuale a quello che invece è un enorme problema collettivo.
In questo desolante scenario, chi vi scrive, piccolo imprenditore locale, a un certo punto si è chiesto se davvero la strada giusta fosse quella di pensare esclusivamente a se stessi, o se piuttosto ognuno di noi non abbia il dovere di contribuire, nei propri mezzi e con i propri limiti, “al progresso materiale o spirituale della società”, come recita l’articolo 4 della Costituzione.
Ho cominciato un mio percorso personale, per cercare dapprima di capire le cause di questa crisi, e quindi di immaginarne una soluzione.
Attraverso la rete, sfuggendo ai canoni della (dis)informazione dei media generalisti, troppo occupati a discutere di pagliuzze per parlare della trave, ho scoperto un mondo del tutto nuovo, con tante persone che condividevano le mie stesse motivazioni e che si aggregavano per creare una vera alternativa.
Così facendo, ho avuto dapprima modo di andare a fondo sulle vere cause della crisi, cause che vengono da molto lontano e che superano i confini nazionali, come chi parteciperà al Convegno di sabato prossimo avrà modo di scoprire, e quindi di entrare in contatto con l’Ars, organizzatrice dell’incontro, e con il suo programma tanto semplice quanto rivoluzionario: tornare alla Costituzione Repubblicana.
Quanti conoscono la Costituzione?
Si trova facilmente in rete, scaricatela e leggetela. E soffermatevi sul Titolo III, Disciplina dei Rapporti Economici.
Leggete gli articoli e confrontateli con la realtà attuale.
Come vedrete, le linee guida per tornare a crescere ci sono già, sono state scritte nel 1947 e in buona parte applicate nel trentennio post-bellico, prima che l’ondata del liberismo selvaggio travolgesse uomini e istituzioni.
Potevo non aderire a un movimento che come obiettivo si è dato applicare la Costituzione?




